“Il turco in Italia”, da Rossini alla farsa napoletana

Ottimo allestimento al Comunale di Sassari. Da incorniciare le interpretazioni di Daniela Cappiello (Fiorilla) e Marco Bussi (Don Geronio)

Sassari. Dramma buffo per fan della tradizione belcantistica italiana, “Il turco in Italia” è un capolavoro musicale ma al tempo stesso teatrale. Un curioso connubio non frequente nella lirica, che nella sua plurisecolare storia ha consegnato agli archivi della memoria partiture eccelse accostate a libretti appena sufficienti o palesemente mediocri. Potenza delle note, si dirà. Indubbiamente. Ma se un genio del pentagramma come Gioachino Rossini mette in musica una bella trama e un ottimo testo come quello creato da Felice Romani, grande librettista della prima metà del XIX secolo (scrisse anche per Mercadante, Donizetti e, soprattutto, Bellini), allora il capolavoro è assicurato. E “Il turco in Italia” lo è davvero. Eppure al debutto, alla Scala di Milano nell’agosto del 1814 (con la direzione orchestrale di Alessandro Rolla e, curiosamente, con lo stesso Rossini al clavicembalo per gli accompagnamenti ai recitativi), non fu un successo. Una brutta copia dell’“Italiana in Algeri”, si disse, che, al contrario, solo un anno prima, era stato un trionfo per il giovane compositore pesarese. Il consenso arrivò con la ripresa del 1821 ma “Il turco” non entrò mai stabilmente nel repertorio canonico rossiniano. Fino alla giusta riscoperta avvenuta negli anni ’50 ad opera di Gianandrea Gavazzeni, con addirittura la Callas nel ruolo, ovviamente, di Fiorilla e Zeffirelli alla regia, nel ‘50 a Roma e nel ’54 alla Scala. A Sassari “Il turco” era stato rappresentato una sola volta, nel 1983. Bene ha fatto allora l’Ente Concerti De Carolis a riproporlo, inserendolo come secondo titolo della stagione 2021 e scegliendo un ottimo allestimento della Fondazione Fraschini di Pavia, creato per il circuito dei Teatri lombardi, con la regia del grande baritono Alfonso Antoniozzi, ripreso a Sassari da Marco Castagnoli. La scenografia è completamente basata sui disegni di Monica Manganelli e videoproiettati da Yari Meneghetti, moderna ma nel solco della tradizione al tempo stesso, con i fondali su maxischermi ai tre lati che si rinnovano e ricreano, ricordando il luogo dell’ambientazione (Napoli) e trasformando il contesto in un mondo immaginifico, che ottimamente si integra con i quadri colorati composti dai movimenti dei personaggi in scena. Il disegno luci è stato curato da Tony Grandi. Da tipica commedia alla Scarpetta, e qui il richiamo è esplicito, i costumi di Mariana Fracasso, che rimandano all’immediato secondo dopoguerra, al teatro di Eduardo e ai film di Totò, turco napoletano in una celebre pellicola del 1953. La trama riprende i caratteri della farsa, con il principe turco Selim che sbarca a Napoli e incontra Fiorilla, giovane e incostante moglie dell’anziano Don Geronio e amante di Narciso. I personaggi vengono guidati dal Poeta (nel senso di librettista, in un sublime gioco di metateatro che fa del “Turco” un’opera pirandelliana ante litteram) Prosdocimo, che crea direttamente in scena l’intreccio dell’opera.

E la musica? È assoluta protagonista, perfettamente rossiniana dai crescendo impetuosi alle acrobazie vocali richieste agli interpreti. E così, benissimo la Fiorilla di Daniela Cappiello, soprano dal timbro cristallino, e il Don Geronio del basso Marco Bussi (a Sassari un paio di stagioni fa in “Il cappello di paglia di Firenze” di Rota e lo scorso anno Escamillo in una Carmen in versione ridotta), ottimo sul palcoscenico e nel canto. Simone Alberghini (Selim, il turco protagonista), basso-baritono abituato a teatri internazionali e a ruoli come Don Giovanni di Mozart (già portato, a inizio di carriera, al Verdi di Sassari nel 1995) o Dandini della Cenerentola rossiniana (al Metropolitan e nella versione televisiva di qualche anno fa con Carlo Verdone alla regia) non ha convinto appieno nelle note più gravi della cavatina di ingresso Bella Italia alfin ti miro, mostrando invece una grande padronanza e un eccellente fraseggio insieme a una fantastica emissione in quelle medie e alte (tra l’altro Alberghini nasce come basso, poi passato anche al registro di baritono su invito addirittura di Domingo). Bene, nel ruolo del Poeta Prosdocimo William Hernandez, baritono originario della Costa Rica, a Sassari già nel “Cappello di paglia di Firenze”, Dandini in “Cenerentola” e lo scorso anno notaio in “Gianni Schicchi”. Don Narciso, l’amante di Fiorilla, era il tenore cileno Diego Godoy, mentre l’ex favorita di Selim (ma alla fine con lui riconciliata), Zaida, era il mezzosoprano Aloisa Aisemberg e il suo amico Albazar il tenore Enrico Zara. Sacrificato l’apporto dell’Orchestra dell’Ente, diretta da Attilio Tomasello: numericamente ridotta per motivi anti contagio, ha palesato qualche limite nella celebre ouverture, complice la pessima acustica del Teatro Comunale accentuata dalla buca troppo profonda (svarioni progettuali della grande struttura di Cappuccini purtroppo complicati da correggere). Le parti corali sono state eseguite dalla “Canepa”, istruita da Luca Sirigu.

Si replica questo pomeriggio alle 16,30.

Luca Foddai

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