«La cultura è a noi concessa per sorte»
Le riflessioni dei ragazzi del Canopoleno di Sassari per i 100 anni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro
Sassari. «La cultura a noi è concessa per sorte». Questa l’acuta e profonda conclusione di Lidia, studentessa del Liceo “Canopoleno”, che con i compagni della sua scuola si è recata il mese scorso a Palazzo di Città, accogliendo l’invito del Comune a vedere la “Tela di Pinocchio”. L’originale manufatto di m. 3,43 X m. 7,63 è stato creato nel 2008 da ragazzi come lei di due Licei artistici di Bergamo e Romagnano Sesia per illustrare un problema gravissimo, ma poco posto all’attenzione dei più giovani, la piaga del lavoro minorile che penalizza oltre 152 milioni di bambini e adolescenti.
Nel filmato che apre la mostra scorrono immagini tragiche, uguali se pure diverse: bambini nel fango, sottoterra nelle miniere, piccoli soldati che maneggiano armi vere, bambine prostitute. Colpisce gli studenti vedere gli sguardi disperati sullo schermo, li sconvolge sapere che per far funzionare i loro cellulari è essenziale il coltan, che si estrae da quelle miniere.
La tela, già esposta all’Onu e in giro per il mondo prima di approdare a Sassari, imponente come una moderna “Guernica”, denuncia con il linguaggio efficace delle immagini un groviglio fatto di squilibri economici, dislivelli sociali, ignoranza, avidità, e il nodo contradditorio da sciogliere: da una parte bambini il cui lavoro è sfruttato in modo feroce, dall’altra un mondo “viziato e consumatore”, dove i giovani adulti non hanno spesso la dignità del lavoro. La sapiente narrazione della fiaba illustrata dalla dottoressa Lay, ex funzionario delle Nazioni Unite e Marisa Castellini, presidente dell’Università delle Tre Età, rivela che Pinocchio è vittima, ma anche carnefice: la realtà ha due facce. A caldo i ragazzi vengono invitati a scrivere le loro sensazioni, le loro opinioni vengono messe a confronto con un gioco prima, poi con un impegnativo dibattito.
L’esperienza non li lascia indifferenti. «Se di un problema non si parla – afferma Cosimo – è come se non esistesse. I ragazzi hanno il dovere di agire». «Ho dato tutto per scontato e ora capisco di essere fortunata», aggiungono Zezia e Beatrice.
Con versi, racconti, disegni, pensieri gli studenti sottolineano l’importanza dello studio, della cultura, la necessità di scegliere di “non”, come auspica Bruna, per esempio di non comprare in modo insensato, inutile. Gli occhi, dipinti da Roberta, del bambino che vorrebbe un pallone da rincorrere e non da cucire, valgono mille parole.
La speranza è che il “C’era una volta…” della fiaba porti il burattino a diventare un bambino che può giocare e studiare come hanno fatto loro.
Un percorso profondo e carico di significati quello realizzato nel Comune di Sassari con la collaborazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), i dipartimenti di Giurisprudenza e di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università di Sassari e l’Università delle Tre Età di Alghero. Vi si intrecciano temi quali l’empowerment, la consapevolezza dello sfruttamento minorile, le problematiche legate al futuro del lavoro, i risvolti economico e sociali che la globalizzazione ha portato con sé, tutti pienamente in linea con quello che le scuole sono chiamate a fare nei percorsi per lo sviluppo di una cittadinanza attiva e consapevole. Una di quelle congiunture perfette in cui temi anche duri e complessi incontrando la scuola la arricchiscono e le ricordano il suo compito più alto e importante, quello di contribuire a creare cittadini consapevoli, ragazzi che non si volteranno dall’altra parte davanti al dolore degli altri e alle imperanti disuguaglianze sociali.







