25 Aprile – Discorso del sindaco di Sassari Nicola Sanna

«L’Europa è vincente se rimane ancorata ai suoi principi fondamentali, a cominciare da quello della solidarietà»

 

A Palazzo Ducale ricordata la Liberazione. Sono passati 71 anni dal 25 aprile del 1945. Consegnate le “medaglie della Liberazione” ai due partigiani Antonio Costanzo e Domenico Salvador

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Il sindaco Nicola Sanna

Care cittadine e cari cittadini di Sassari, Autorità civili cittadine, regionali, nazionali e militari, Rappresentanti dei corpi di Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Forestale e della nostra Polizia Municipale, Responsabili del culto e della fede religiosa, Rappresentanti delle Associazioni partigiane, ex combattentistiche, delle forze di polizia e dei carabinieri,

Un particolare saluto desidero inviare ai nostri militari della Brigata Sassari, impegnati nella missione di pace del contingente italiano di UNIFIL che opera nel Sud del Libano chiamati a garantire il rispetto della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu lungo la “Blue line”, la linea di demarcazione che separa il Libano da Israele e l’area costiera a sud della città di Tiro.

Auguro a voi tutti ed alle vostre famiglie, ai vostri cari, ai vostri amici e conoscenti, BUONA E BELLA FESTA DELLA LIBERAZIONE.

In questo secondo anno del mio mandato, partecipo con voi, all’evento civile più importante dell’anno. Il rischio da evitare è sempre quello di non essere retorici. Vorrei perciò esprimermi con una breve riflessione sulla modernità del messaggio della Resistenza e della Liberazione. Lo snodo da cui partire mi sembra il seguente: commemorare il 25 Aprile significa tornare semplicemente al passato o mantenere vivo nel presente il messaggio e il concetto di Resistenza? Un messaggio che passa attraverso il ricordo ma che nel ricordo di coloro che hanno donato la vita per la nostra libertà e per l’affermazione della democrazia, sappia però rinnovare quella tensione popolare di amore per l’istituzione repubblicana e la sua fondamentale Carta Costituzionale, di amore per la pacifica e democratica convivenza civile nata da quel sacrifico e impegno di tanti giovani, uomini e donne che, durante la Resistenza, combatterono tre guerre:
− una guerra di liberazione nazionale contro lo straniero invasore;
− una guerra civile tra fascisti e antifascisti,
− una guerra di emancipazione sociale, o di classe, tra lavoratori e padroni che come tali si comportavano.
Tali caratteri, nei combattenti, a volte si sommavano a vicenda, a volte erano esclusivi.

Per un militare italiano del Regno del Sud, la guerra consisteva principalmente, se non unicamente, in un tentativo di liberazione nazionale. Per gli antifascisti del Nord (dove era presente il ricostituito governo fascista della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini) tale obiettivo si sommava alla necessità politica di abbattere il fascismo. Per i lavoratori, questi due obiettivi si congiungevano in una sorta di resa dei conti storica, tra la classe operaia e quella capitalistica. La guerra tra i popoli è sempre una tragedia ma quando la necessità di liberarsi dei propri tiranni nazionali non è più rinviabile, allora la faccenda diventa ancor più catastrofica, perché il popolo di uno stesso Paese entra in guerra con se stesso, e la Resistenza ha dovuto assumere anche la tragica versione della guerra civile, una guerra tra italiani.

Ma una guerra civile non nasce in poco tempo, la guerra civile italiana si inserisce in una più generale guerra civile europea iniziata nel 1914 e terminata con i trattati di pace del 1945. La risposta reazionaria di massa rappresentata dal fascismo e dal nazismo altro non era che l’estremo tentativo di contenere, ammansire, dominare la richiesta di partecipazione delle masse diseredate al governo del proprio destino, la richiesta di essere parte del processo di decisione politica e quindi partecipazione alla redistribuzione della ricchezza di un Paese, di un Continente.

Masse popolari in tutta Europa, per la prima volta affacciatesi nel cielo della politica, si posero l’obiettivo di un’emancipazione economica e quindi sociale non più rimandabile. Dal 1914 al 1945 si svolge quindi una “guerra di classe” che si materializza durante la Seconda guerra mondiale.

La lotta tra fascismo e antifascismo altro non è che l’elevazione politica e particolare di un discorso europeo generale, quello dell’assalto al cielo delle classi subalterne che, sulla scorta dell’esempio sovietico, produsse un costante “regime di guerra” nei vari contesti nazionali.

I tentativi rivoluzionari in Germania, in Ungheria, in Cecoslovacchia, così come la guerra civile spagnola, il biennio rosso in Italia, il Fronte Popolare in Francia, non fecero altro che spostare l’asse della politica a sinistra producendo un cedimento dei sistemi politici liberali tradizionali. Un rischio sociale e politico che contribuì a generare quel terreno culturale su cui fecero leva i diversi regimi reazionari. Fascismo e nazismo altro non erano che delle risposte politicamente degeneri di uno dei segni caratteristici della modernità, quello della partecipazione di massa alle vicende politiche di una nazione.

Fascismo e nazismo sono stati il tragico tentativo di contenere questa partecipazione ingabbiandola in una costruzione nazionale autoritaria. Questa voglia di emancipazione, di libertà, di solidarietà in quella parte di popolo più debole e tra i popoli era stata sempre negata da secoli. Ma alle giovani generazioni che cominciano a maturare la coscienza di sé non si può negare la costruzione del proprio avvenire.

Allora la prima cosa che dobbiamo festeggiare, settantuno anni dopo, è la capacità che individui, spesso isolati, hanno avuto di liberare anzitutto se stessi, di sottrarsi all’inquinamento delle menti e dei valori, dobbiamo festeggiare la loro capacità di negare finalmente la rete di menzogne e seduzioni che sorregge ogni regime autoritario e antidemocratico.

Quei giovani di allora, protagonisti degli scioperi che anticiparono la caduta del fascismo, non erano andati a scuola di antifascismo.

Quei giovani erano animati da un profondo e fondamentale valore che è la SOLIDARIETA’. Qualcosa che ti spinge ad agire insieme ma anche – su scala diversa – ad aiutare chi agisce, o almeno a tacere e rischiare se stessi per proteggere qualcosa per cui, improvvisamente si attribuisce un’importanza sopra tutte le altre questioni.

Un popolo asservito rinasce anche così: non solo combattendo apertamente, ma anche difendendo o rispettando chi combatte, compiendo qualcosa che allora deve essere sembrato non solo proibito ma inaudito. Resistendo dunque. Dobbiamo chiederci come sono potuti diventare oppositori, dissidenti, antifascisti quei giovani cresciuti dentro una bolla invasa dalla propaganda? Come hanno potuto svelare la realtà che per decenni era stata falsificata con i tratti insieme rassicuranti e grandiosi di un’età colma di futuro, ma vuota nel presente?

Come si è potuto abbattere questo immaginario e ci si è riappropriati della realtà? Come è nato il coraggio di scegliere e di affrontare le conseguenze – piccole e grandi, quotidiane o tragiche – per l’affermazione di questa nostra libertà? Questo invito all’azione è possibile solo se tra i protagonisti nasce e si consolida la SOLIDARIETA’,

La SOLIDARIETA’ è la capacità magnetica che a volte si genera nella storia, che hanno le idee nuove di attirare e mobilitare coloro che erano complici o rassegnati, è QUELLA FORZA che ti spinge all’impegno personale per un’idea per la quale sei disposto fino al sacrificio.

Le biografie dei resistenti sono molto diverse perché diverse furono le strade che ciascuno di essi trovò per questa emancipazione. È commovente ma ancora oggi istruttivo pensare a come quei giovani cresciuti sotto il fascismo, formati nelle sue scuole, inquadrati nelle sue onnipresenti organizzazioni, eccitati dai suoi princìpi, privi di ogni accesso a idee e valori diversi, abbiano costruito in questo modo la loro strada.

In tempi in cui tutto era enormemente più limitato e faticoso, a partire dalla circolazione e dalla comunicazione delle idee: esattamente ciò che i regimi totalitari vogliono rendere sempre impossibile.

La resistenza va ricordata perciò per questa capacità di affrancarsi dal conformismo che appariva senza alternative, dall’obbedienza che sembrava esigere pochissimo, dall’indifferenza che lasciava vivere, dalla viltà conveniente, dal torpore che confortava chi pensava che non si dovesse perdere neanche quel poco che si aveva a disposizione.

Ecco perché credo che non si debba parlare di attualità della resistenza che può suonare, appunto, ormai retorico, dobbiamo pensare a qualcosa di più, dobbiamo pensare al CARATTERE CONTEMPORANEO DELLA RESISTENZA.

E allora riflettiamo insieme sull’immagine della nostra contemporaneità. Ogni cambiamento, ogni lotta che resista alla sopraffazione e alla violenza, che restauri e allarghi diritti e libertà non può che cominciare da qualcosa di personale: occhi che si aprono, menti che si schiudono, che rifiutano le idee dominanti e ne cercano di nuove, dovunque ciò sia possibile.

Nell’oggi dove possiamo trovare tutta questa energia? Dove possiamo ritrovare questa voglia di affermare i principi di libertà e democrazia?

In Europa questa domanda di democrazia e libertà, di emancipazione sociale ed economica è di casa da sempre, già all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, con il movimento migratorio intraeuropeo e successivamente nella seconda fase tutt’ora in corso della immigrazione cosiddetta extracomunitaria.

Quanta fatica è costata ai nostri emigranti sardi, ai nostri emigranti italiani l’affermazione del diritto di eguaglianza e di cittadinanza in Europa. Queste nuove masse migranti sono i nuovi resistenti nei loro paesi di origine, coloro che scappano dalle tirannie dei loro paesi. Quelle stesse tirannie che armano le mani dei terroristi delle stragi di Madrid, Parigi, Londra, Bruxelles, terroristi che non devono essere mai confusi con i migranti.

La domanda di partecipazione politica e sociale dei migranti sta diventando una questione cruciale all’interno delle società europee. Tale “questione cruciale” si traduce in una nuova domanda di inclusione nello spazio pubblico e, al tempo stesso, in una verifica della qualità e della reale portata degli spazi di partecipazione democratica negli stati liberal-democratici europei.

La “questione migratoria” ripropone, sotto una nuova luce, la “questione sociale” e, con essa, il tema dell’estensione dei diritti per i nuovi “ceti svantaggiati”. Non consegniamo la bandiera per i diritti ad altri. Nelle società globalizzate, il complesso delle trasformazioni socio-economiche in atto, ha dato luogo a processi di polarizzazione sociale tra nuovi ricchi e nuovi poveri, non solo nelle zone in ritardo di sviluppo del globo ma anche all’interno dei nostri diversi paesi europei.

In tale contesto di mutamento, le migrazioni internazionali interrogano le società europee “dal di dentro”, sfidando le istituzioni della cittadinanza e della democrazia. Emerge infatti come le migrazioni siano dei “fatti sociali totali”, prodotti da una pluralità di fattori economici, sociali, culturali; in questo senso si può affermare che il “discorso” sulle migrazioni “abbraccia tutte le sfere cognitive e riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza e della coesistenza pacifica tra popoli di diverse nazioni, etnie, religioni.

Da questo punto di vista, emerge in modo sempre più netto come l’immigrazione eserciti una sorta di funzione specchio per le società europee che li accolgono, nelle quali si riflettono le contraddizioni, ed i limiti. In questi mesi il fenomeno migratorio sta mettendo in evidenza le diversità tra i regimi democratici delle società Europee contemporanee: la “vivibilità pubblica” dei nostri migranti evidenzia la diversità del riconoscimento dei diritti di cittadinanza.

Non solo i diritti di cittadinanza possono essere considerati come strumenti efficaci per “sottrarsi all’arbitrio della fortuna e dei potenti”, ma la differenza stessa tra regimi autoritari e democrazia si basa sulla garanzia della cittadinanza, intesa come il processo di “graduale acquisizione di quote crescenti di diritti da parte di un numero crescente di persone”. Il fenomeno migratorio chiama quindi in causa i caratteri fondamentali sui quali si è edificata la Repubblica democratica italiana e nei paesi aderenti all’Unione Europea e richiama i rispettivi governi al dovere della coerenza. Se infatti “una democrazia può essere più o meno ospitale, può esserlo nei modi che più predilige”, ma non può tuttavia “permettersi un divario troppo ampio e durevole tra società civile e società politica”.

L’accettazione di tale divario ha come conseguenza quella di far tornare indietro l’orologio della storia nello sviluppo della democrazia. Di fronte a tale eventualità, occorre piuttosto individuare percorsi di inclusione e di espansione dei diritti per i soggetti esclusi, al fine di garantire adeguati livelli di integrazione sociale, così come di qualità della vita civile e democratica.

Per gli immigrati la prima barriera da superare è quella dell’ingresso “legale” nelle società ospiti; segue la barriera costituita dalle diverse modalità di “incorporazione” nelle istituzioni della cittadinanza legata ai diritti civili e sociali, anche in relazione alle diverse forme di “protezione sociale” (il Welfare). La barriera, per così dire, più sorvegliata nelle società ospiti (anche se vi sono significative differenze tra paesi) è quella dei diritti politici, che sorvegliano appunto l’accesso alla “società politica”.

Noi Europei non possiamo rispondere edificando nuovi muri e barriere in Europa, non è stata questa la formula vincente per una pace florida e duratura costruita in questi 71 anni con l’Unione Europea. L’Europa è vincente se rimane ancorata ai suoi principi fondamentali, conquistati con i suoi resistenti. Una Resistenza che si è formata nella piena condivisione dei valori della SOLIDARIETA’, che ha fatto dell’Europa il nostro Paese difendendo il diritto alla libertà e alla sicurezza, il rispetto della vita privata e della vita familiare, la protezione dei dati di carattere personale, il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà di espressione e d’informazione, la libertà di riunione e di associazione, la libertà delle arti e delle scienze, il diritto all’istruzione, la libertà professionale e diritto di lavorare, la libertà d’impresa e il diritto di proprietà, il diritto di asilo. L’Europa è il nostro Paese nato dalla Resistenza perché difende la dignità umana, il diritto alla vita, il diritto all’integrità della persona. Proibendo la tortura o l’applicazione di pene o trattamenti inumani o degradanti; proibendo la schiavitù ed i lavori forzati.

L’Europa è il nostro Paese nato dalla Resistenza perché afferma l’uguaglianza davanti alla legge, non discrimina la diversità culturale, religiosa e linguistica, afferma e pratica la parità tra uomini e donne, i diritti del bambino, i diritti degli anziani, l’inserimento dei disabili. L’Europa è il nostro Paese perché la Solidarietà dei Partigiani è diventata la solidarietà nei diritti dei lavoratori, nel diritto di negoziazione, nel diritto di accesso ai servizi di collocamento, nel diritto alla tutela in caso di licenziamento ingiustificato, nel diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque, nel divieto del lavoro minorile e nella protezione dei giovani sul luogo di lavoro, nella vita familiare e nella vita professionale, nella sicurezza sociale e assistenza sociale, nel diritto alla protezione della salute, alla tutela dell’ambiente, e alla protezione dei consumatori.

Nell’Europa esercitiamo il nostro diritto di cittadinanza con il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni dal Parlamento europeo alle elezioni comunali, il diritto ad una buona amministrazione, il diritto d’accesso ai documenti, il diritto di petizione, libertà di circolazione e di soggiorno.

Per l’affermazione di tutti questi diritti universali si sono battuti i nostri partigiani. Oggi essere partigiano, rispettare e affermare il messaggio della liberazione del 25 Aprile significa battersi per il rispetto e l’affermazione dei diritti sanciti dalle nostre Carte Costituzionali nel nostro Paese e in Europa.

Viva la libertà, viva la Repubblica Democratica Italiana, viva l’Unione Europea.

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