Migranti a Sassari, accoglienza e inclusione
L’Amministrazione comunale studia progetti di intervento condivisi. Una prima opportunità è accedere agli Sprar. Ma dovrà essere anche un’occasione di sviluppo per la città. Il dibattitto a Palazzo Ducale
Sassari. Dal giugno del 2014 in Sardegna sono stati registrati quasi 7.900 arrivi di migranti o richiedenti asilo. Sono questi i numeri censiti dal Governo e si riferiscono ai centri temporanei di accoglienza attivati dalle Prefetture ed al Cara di Elmas. In questo momento sono circa 300 le persone ospitate nel territorio di Sassari e comuni limitrofi. Cifre non impossibili da gestire, ma che richiedono politiche sull’immigrazione che siano chiare e ben strutturate. L’accoglienza è gestita dalle Prefetture, che ragionano in termini di emergenza. Una situazione più volte sollevata dall’Anci isolana. Come coinvolgere allora le Amministrazioni comunali? Innanzitutto servono fondi. Gli strumenti esisterebbero già. Tra questi ci sono gli Sprar, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Nei mesi scorsi il Ministero dell’Interno ha pubblicato il bando per la presentazione di progetti relativi all’inclusione di migranti rifugiati e che richiedono asilo. Un sistema che consente agli enti locali, con il supporto del terzo settore, la realizzazione di interventi di accoglienza integrata che vanno oltre la garanzia del vitto e dell’alloggio, con misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. «Con la presenza degli Sprar a Sassari, il Comune, con un bando, diventerebbe titolare della gestione attraverso un ente attuatore», ha spiegato martedì mattina l’assessora comunale alle Politiche Sociali Monica Spanedda ai consiglieri della Commissione Cultura e Servizi Sociali di Palazzo Ducale. Non si tratta di limitare l’intervento all’accoglienza di richiedenti protezione internazionale. Occorre che il progetto sia anche un’occasione di sviluppo per la città. In pratica, il Comune interverrebbe nella seconda fase, quella dell’integrazione, con progetti inclusivi. E con un limite: fino a 50 persone. «Vogliamo creare un progetto condiviso, raccogliendo le maggiori informazioni possibili – ha detto l’assessora – per creare un adeguato progetto d’accoglienza».
L’intervento dell’assessora Monica Spanedda in Commissione Cultura e Servizi Sociali
«Uno dei compiti dell’Amministrazione comunale sarà capire chi è l’immigrato. E fare passare il messaggio che l’immigrato non è un peso, ha competenze», ha aggiunto la presidente della Commissione, Carla Fundoni (Pd). «Non possiamo tenere i migranti in luoghi incivili, che “imbruttiscono” di conseguenza le persone. Al contrario, serve incentivare un doppio binario e fare fruttare quelle eccellenze che arrivano per poi vedere le ricadute positive sul territorio».

La sfida adesso per Sassari è definire percorsi, tra cui la partecipazione ai prossimi bandi Sprar. L’Amministrazione comunale ha scritto al Ministero dell’Interno in relazione al bando più recente, sottolineando le «difficoltà incontrate nel gestire, nei tempi previsti dal bando, le impegnative procedure per l’individuazione di un ente attuatore in grado di garantire servizi qualificati e idonei rispetto ai molteplici ambiti di intervento», quindi le difficoltà «nel reperire strutture adeguate e in possesso delle necessarie caratteristiche». Ma l’obiettivo è partecipare a questo tipo di iniziative così da costituire «un partenariato con soggetti attuatori qualificati e da realizzare con essi una seria programmazione di interventi», in particolare per «i minori non accompagnati, che costituiscono per la nostra realtà una problematica particolarmente urgente». Il Comune si muoverebbe negli ambiti dell’inclusione lavorativa e linguistica, costruendo un progetto col territorio e individuando una rete con il mondo del volontariato e imprenditoriale.
«È importante fare ragionamenti specifici», ha detto ancora l’assessora Spanedda. «E poi il tema della formazione professionale: bisogna capire come si traduce in inserimento lavorativo. Non si devono però sottrarre posti attuali. Questi sono i temi più sfidanti per la nostra città». La strada è quella della sinergia con altri enti o soggetti già operanti in città. Per esempio, Emergency ha attivato un servizio convenzionato con la Asl.
Si tratta di persone sulla cui presa in carico da parte del Comune occorre ragionare. Il fondo per gli Sprar ha però dei limiti: quello attuale coprirebbe il 2016 ed il 2017. E il progetto indicherebbe la possibile spesa da finanziare. Si pensi che attualmente, e questi sono dati generali, per ogni migrante ospitato nelle strutture di accoglienza individuate dalle Prefetture sono impegnati fino a 45 euro pro die (tra i 90 ed i 110 per i minori).
«Si tratta di numeri bassi. Come possono fare paura 300 persone ad una città di 130 mila abitanti? Questa gente è accolta peggio degli animali ed ospitata in strutture che sono una vergogna», ha fatto notare Giampaolo Manunta (La Base). Dove sono ospitati attualmente migranti e richiedenti asilo? In Commissione sono state citate le situazioni, emerse recentemente sui media, dell’Hotel Pagi e del Caravel a Predda Niedda e della Stella del Mediterraneo. Ma dalla Prefettura al Comune non arrivano comunicazioni al riguardo. «L’Amministrazione non gestisce nulla? Abbiamo un organo di controllo?», ha chiesto Desirè Manca (M5S). Con gli Sprar il Comune sarà coinvolto per la prima volta. «Noi faremo solo la seconda accoglienza, con il limite delle 50 persone. Il progetto è tutto da costruire», ha ribadito Monica Spanedda.
Occorre capire a quanti sarà riconosciuto effettivamente il diritto di asilo. «I numeri non tornano. Non più tardi di un anno fa il procuratore generale della Corte d’Appello della Sardegna ha detto che erano 6850 i ricorsi pendenti. Questo mi porta a dire che non possono essere tremila i migranti presenti in Sardegna ma molti di più e ci sono anche quelli che non hanno fatto ricorso. Vedremo alla fine chi avrà effettivamente i requisiti per l’asilo politico. E anche a Sassari e dintorni non sono solo 300, ma sicuramente molti di più», ha detto Marco Manca (Sel). «In tutto questo modus operandi ravviso la solita confusione all’italiana. Abbiamo due categorie di migranti: per diritto acquisito perché arrivano dalla Siria o da zone di guerra e poi quelli che i requisiti non li hanno e sono i più. Ecco perché ho l’impressione che la stragrande maggioranza di questi ricorsi saranno respinti. Conosco diverse situazioni nelle quali ci sono stati provvedimenti di allontanamento, con soggetti non più nei centri di accoglienza ma che non possono essere espulsi perché hanno fatto ricorso», ha proseguito Marco Manca, che per motivi lavorativi – è avvocato – conosce i problemi oggetto della discussione. Queste persone sono censite? E che fine ha fatto la Consulta dell’Immigrazione che il Consiglio comunale ha votato nei mesi scorsi?
«La prima accoglienza si fa malissimo. L’anno scorso, da preside, mi è capitato che la Prefettura abbia individuato un locale, presso un edificio scolastico non utilizzato da anni (a Santa Maria La Palma, ndr). La pulizia fu fatta con un idrante!», ha detto Rosanna Arru (Sassari Progetto Comune). Ma è il progetto degli Sprar che si presenta difficile. «Poi al “Pellegrini” abbiamo accolto il progetto “Romanì”, dopo che era stato fatto letteralmente il giro delle sette chiese».
«La confusione è sotto gli occhi di tutti. Noi siamo una Regione autonoma? Perché non si fa una legge sull’immigrazione, dando indirizzi agli enti locali su come comportarsi? I migranti sono una risorsa e c’è un deficit culturale enorme», ha detto Mario Pala (Pd). «È un tema di valenza nazionale. Parlare di un sostegno ai migranti scatena un grande dibattito. C’è la necessità per tutti di mettere su progetti che siano in grado di avere ricadute complete. Dietro le attuali strutture non ci sono sempre professionalità. Quanti hanno educatori e mediatori culturali?», ha chiesto Francesco Arcadu (Città Futura).
«La Consulta dell’Immigrazione è una delle cose da fare presto. Ma l’attenzione deve andare sui centri di accoglienza. Io lavoro a Predda Niedda e vedo ogni mattina un fiume di ragazzi, che fanno circa sette km al giorno per andare a giocare a pallone a Prato Comunale. Bisogna assolutamente controllarli e che facciano qualcosa. La nostra regione ha enormi spazi: perché non seguire gli esempi di altre regioni dove hanno costituito cooperative che lavorano la terra?», ha proposto Dino Ghi (Sassari Bella Dentro). Questa potrebbe essere una soluzione. «Ci sono tutte le potenzialità. Ma includendo i nostri. Abbiamo una grossa deficienza sulle derrate alimentari, con un 40 per cento che arriva da fuori. E la grande distribuzione vorrebbe creare prodotti a km zero», ha aggiunto Giampaolo Manunta, che ha fatto riferimento ai terreni coltivabili della Nurra (e si tratta di proprietà private). La proposta non è però facilmente attuabile come si crede. A parte le difficoltà burocratiche e fiscali (e prevedere incentivi o agevolazioni ad hoc scatenerebbe una ovvia rivolta dei cittadini), è anche una questione di mentalità. «Teniamo presente che la stragrande maggioranza dei migranti arrivati nel passato vedono l’Italia come obiettivo per raggranellare soldi per poter tornare nel loro paese», ha detto Marco Manca. Per non parlare di tutti quelli che chiedono soldi per la strada. «Dobbiamo spiegare per bene che l’elemosina non si chiede. Non devono essere insistenti. In giro così non ci devono stare», ha aggiunto Mario Pala.






