La Buona Scuola, una riforma antiautonomista e incostituzionale

Lascia l’amaro in bocca perché, al netto dei cambiamenti, non porterà benefici a nessuno ma certamente determinerà tanti danni. La lettera di Carla Puligheddu

 

 

ScuolaScritta.jpgSostenere e credere che una riforma sulla scuola garantisca “il nuovo” cioè “buono” è pura ingenuità. Ne sanno qualcosa i docenti precari sardi che mentre si apprestano a presentare domanda d’insegnamento correlata da preferenze su province e scuole per eventuali prossime destinazioni professionali, preparano anche le valige perché, d’ora in avanti, insegnare in Sardegna sarà un privilegio per pochi sardi.

Premesso che qualsiasi riforma della scuola è da osservare nell’ottica di tutti i fruitori, studenti, docenti, genitori, la mia è stata per ben 34 anni quella della “docente felice” disponibile e aperta all’innovazione che l’autonomia aveva generato. Sottolineo “è stata” perché ho la vaga sensazione che da settembre, molte situazioni regrediranno. Non ho detto “cambieranno” , il che sarebbe davvero “cosa buona”. Un reale cambiamento infatti, é auspicabile e indispensabile per migliorare, perfezionare, arricchire ed adeguare la scuola pubblica ai mutamenti epocali.

Mi piacerebbe per esempio che le riforme della scuola guardassero ai territori e alle esigenze della popolazione scolastica, in ragione della specificità geografica e culturale, in maniera differente, considerando che ciascuna specificità esige di essere trattata, orientata ed adattata al proprio contesto. Per migliorare la scuola pubblica purtroppo non servirà il DDL che ci stanno propinando, soprattutto non servirà alla scuola Sarda. Ciò che servirebbe infatti non è una riforma ma una “rivoluzione” comune e solidale, condivisa e partecipata. Una rivoluzione dei comportamenti, delle valutazioni globali, delle azioni particolari. Rivoluzione prima di tutto nella didattica e negli stili di apprendimento. Poi nella credibilità sociale dell’istituzione “scuola”, quindi nella consapevolezza politica che la scuola forma persone e mette al centro della formazione gli studenti. Ma questo non vuol dire mettere all’angolo i docenti, anzi. Questo non significa che i genitori possano abusare delle loro tutele per depotenziare e prevaricare la professionalità dei docenti. Di rivoluzione ci sarebbe bisogno allora nella volontà e nel cuore dei governi, nei loro progetti di investimento sulla scuola e non sui tagli alle risorse della scuola, trattata troppo spesso, alla stregua di un’azienda qualunque.

Mi rattrista leggere dichiarazioni di intellettuali, giornalisti, politici, ex ministri e ministri in carica che si soffermano solo sui contesti negativi, tipici di una parte del corpo docente, per giustificare una generale spietata punizione al mondo della scuola. E soddisfatti di questo esiguo dato, sorvolano sulle reali potenzialità di una scuola ben organizzata per preferire di accrescere possibilmente i disagi che i docenti già tutti affrontano, senza curarsi affatto di quelli che si aggiungeranno con “la buona scuola”.

Non nego che ci siano insegnanti inadeguati ad esercitare efficacemente il ruolo di educatori, ma sfido chiunque ad indicare una categoria di lavoratori perfetti. Nella mia carriera scolastica sono sempre stati pochissimi. Al contrario, ho sempre incontrato tanti colleghi preparati, capaci, motivati e generosi con i quali ho condiviso esperienze speciali.

Tuttavia, trovare soluzioni alle criticità dell’insegnamento è corretto e pure necessario. Sottoporre i docenti ad una adeguata e trasparente valutazione con supervisione di esperti esterni, pure, consentire una ragionevole progressione di carriera con la creazione di figure professionali differenti, necessario. Così come favorire la riconversione professionale per adeguare la partecipazione dei docenti a scuola anche quando l’età e le energie psicofisiche cambiano.

Essenziale poi, a parer mio, estendere la valutazione ai dirigenti, i quali dispongono di strumenti umani e professionali risolutivi perfino delle situazioni più difficili se dotati di capacità, attitudine, cultura, esperienza e se disponibili a garantire la propria presenza. Perché non dimentichiamoci che la presenza assidua del dirigente a scuola che incontra, guida e stimola i docenti, ascolta le famiglie, conosce gli studenti, interviene e dialoga con le altre istituzioni, gli enti, le realtà che ruotano nel territorio, è fondamentale per il successo personale e della scuola che gli è stata affidata. L’apprendimento di ciascuno, infatti, passa sempre attraverso la relazione diretta e costante, sinergica ed empatica fra i tre cardini che reggono la struttura.

Investimenti sulla formazione continua professionale, didattica, linguistica e tecnologica; mobilità e alternanza studio – lavoro; confronto, introspezione e feedback frequente; giusta retribuzione; strutture efficienti, confortevoli, accoglienti, sicure, sono alcuni degli interventi basilari che si potrebbero attivare ma nemmeno si propongono.

Il futuro ci prepara invece una serie di “innovazioni” pericolose e diaboliche della scuola, di quella Sarda in modo speciale. La Sardegna sarà infatti, doppiamente penalizzata se ancora una volta accetterà supinamente una riforma autoritaria, rinunciando ad alzare la testa, rinunciando a rivendicare la propria specificità e il riconoscimento della condizione di insularità mal supportata da inadeguati trasporti ed elevatissimi costi.

La scuola sarda continuerà ad impoverirsi se la Regione Sardegna non punterà al riconoscimento della propria identità linguistica, se non darà applicazione ai codici scritti che la LSC prescrive. La RAS dovrà spiegare perché si accontenta di progettualità linguistiche con scadenza invece di affermare il diritto sacrosanto all’approvazione ed istituzione del bilinguismo nella scuola.

Sembra tristemente ovvio che i politici sardi non siano capaci di scrutare l’orizzonte e così accecati dalle imposizioni dei partiti di appartenenza, traballano, timidamente e stancamente esprimono voti contrari alla lingua sarda in RAI “per errore” naturalmente …e rinunciano ancora una volta ad esercitare direttamente le competenze linguistiche nella propria regione, così come nella propria scuola.

Una riforma “la buona scuola” che lascia l’amaro in bocca perché, al netto dei cambiamenti, non porterà benefici a nessuno ma certamente determinerà tanti danni, primo fra tutti l’impossibilità di gestire in casa nostra il reclutamento dei docenti, esponendo i colleghi della nostra regione a forzati trasferimenti verso la penisola per garantirsi la permanenza nel circuito professionale nazionale. Una condizione di estremo svantaggio che dovrebbe orientare il governo regionale della Sardegna, come altre regioni già hanno avanzato, verso un ricorso formale alla Corte Costituzionale intravvedendo nel DDL tutti gli estremi per configurare “la buona scuola” in una riforma antiautonomista, perciò illegittima e anticostituzionale. (scritto da Carla Puligheddu, presidente dell’A.Do.S. Associazione delle Donne Sardiste)

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