Il tocco magico di Markovic
L’allenatore bosniaco con il lavoro e la disciplina ha rimesso in carreggiata una Dinamo che, per la prima volta da quando è approdata nella massima serie stava mettendo a rischio la categoria
A qualcuno forse potrebbe sembrare esagerato, ma dire che quest’anno in casa Dinamo forse per la prima volta da quando si è nella massima serie, si è guardato più dietro che davanti, in realtà non lo è. Per una serie di ragioni, ormai note, solo due mesi fa il rischio di rimanere invischiati nelle zone caldissime è stato reale e concreto. Il pubblico si era disaffezionato, gli spalti non sembravano più quelli del PalaSerradimigni, ma quelli di un’anonima squadretta di provincia o quasi.
La società, criticata da più parti, se vogliamo anche in qualche circostanza a ragion veduta, per aver messo su un roster azzardato e poco competitivo, ha dato il primo cambio di rotta salutando l’impalpabile Whittaker ed inserendo un giocatore vero e pronto come Jefferson. La musica è iniziata a cambiare, il coro ad essere più intonato, ma ancora le cose non funzionavano a dovere e a farne le spese è stato “l’intoccabile” coach Bucchi. Intoccabile perchè del tecnico bolognese a Sassari si erano un po’ tutti innamorati, dalla società, ai tifosi sino agli addetti ai lavori, per le sue capacità, la sua signorilità e l’innegabile savoir faire. Anche se poi per certi versi ha stonato un po’ il fatto che il coach, chissà magari per l’amarezza, non abbia in qualche maniera salutato pubblicamente tifosi e città al momento dell’addio.
Ad ogni modo, per tutte le ragioni sopra elencate, la scelta di sollevarlo dall’incarico, quando tutti avrebbero voluto la cacciata di qualche altro giocatore, è stata difficile e impopolare, ma alla luce dei fatti quella decisiva per dare la svolta. Il che chiaramente non significa che Bucchi si fosse improvvisamente imbrocchito, ma semplicemente come accade ciclicamente nello sport che, nel momento specifico ci fosse bisogno di altro, ne più e ne meno di ciò che accadde quando lo stesso Bucchi prese il posto di Demis Cavina.
Brava la società a capirlo e soprattutto ad individuare il sostituto con le caratteristiche appropriate per provare ad invertire la tendenza. Forse inconsciamente il buon Bucchi, un pochino di spinta e stimoli, non riuscendo a cambiare la tendenza negativa, li aveva persi. Ai più attenti osservatori non saranno sfuggite alcune espressioni quasi di rassegnazione sul volto del coach nelle sue ultime partite da capo allenatore Dinamo.
Insomma c’era bisogno di cambiare il manico e quella di Nenad Markovic è stata una scelta azzeccatissima e di questo va dato atto, per una volta, al bistrattato Pasquini che, in questa stagione qualche critica (in certi casi meritata) se l’è presa. Ma si sa, è il destino di un general manager chiamato a fare scelte.
Markovic ha voluto qualche giorno di tempo per conoscere sotto tutti gli aspetti la squadra, dopo di che, d’accordo con lo stesso Pasquini ha scelto di chiudere lo spogliatoio, ovvero di dare fiducia e responsabilizzare i giocatori già nel roster, senza intervenire sul mercato. Ed è questa l’altra scelta che ha prodotto dividendi importanti. Il tecnico bosniaco, ha messo ordine e ricostruito ad uno ad uno i giocatori, prima di tutto dal punto di vista mentale e della fiducia, dando poi loro compiti ben precisi in campo. La cura dei particolari, il lavoro sui dettagli ha finalmente dato un senso ai pezzi che sembravano di quattro puzzle diversi, impossibili da incastrarsi. Coach Nenad c’è riuscito e ora questa squadra sta riuscendo ad esprimere tutto il suo potenziale che, alla luce di quello che si sta vedendo non era poi così scarso.
Aver battuto di seguito Virtus, Reyer e Germani, ovvero le prime tre forze del campionato non può, scusando il gioco di parole, in nessun caso, essere un caso, bensì il frutto del lavoro. Questo non significa che da ora in avanti la Dinamo sarà imbattibile e che con assoluta certezza riuscirà ad agguantare i play off, ma di certo sono state gettate le basi e creati i presupposti per fare un finale di stagione all’altezza di quella che è stata la Dinamo che tutta Italia ha imparato a conoscere negli anni, senza limiti e preclusioni.
Aldo Gallizzi








