Otello in piazza d’Italia, un’occasione mancata
La lirica d'estate quest'anno non centra l'obiettivo e delude il pubblico. Applausi freddi e di circostanza. Cantanti fuori parte (tranne Caria) e regia non all'altezza
Sassari. Penultima opera composta da Giuseppe Verdi, su libretto di Arrigo Boito, Otello costituisce uno dei tre titoli del filone shakespeariano del Cigno di Busseto. Gli altri sono Macbeth, rappresentato lo scorso anno al Comunale di Sassari, e Falstaff, che l’Ente Concerti “de Carolis” ha proposto l’ultima volta nel 2013. Otello invece mancava dal 2002.
Composizione musicalmente complessa e che richiese diversi anni di lavoro, quando nel 1887 esordì alla Scala di Milano registrò un immediato successo, pur discostandosi nettamente dai precedenti lavori di Verdi, fermo dal 1871, dall’Aida. Il pubblico rimase sorpreso ma allo stesso tempo rinfrancato per un risultato che sembrava cogliere le richieste di adeguamento alle tendenze artistiche del periodo. Una sollecitazione, anche polemica, che in quegli anni veniva rivolta proprio a Verdi, l’artista italiano più famoso, simbolo di una tradizione operistica che appariva ancorata al passato, lontano dalle avanguardie musicali rappresentate in quegli anni da Wagner che stava conquistando spazio anche in Italia. Per la verità quando fu rappresentato Otello, il compositore tedesco era già scomparso. Verdi introdusse parecchie novità nella sua scrittura, a cominciare dalla scomparsa integrale dei recitativi cantati, peraltro da tempo già ridotti all’essenziale. Così, in Otello la musica diventa un flusso continuo, senza cesure tra arie e sviluppo successivo. Non venne però adottata la tecnica del leitmotiv wagneriano, che invece fu ripresa da altri compositori italiani contemporanei.

Aspetti questi, richiamati qui sinteticamente e che richiederebbero ulteriori approfondimenti, che un ascoltatore attento non può ignorare. Ecco allora che nel settembre dello scorso anno, quando avevamo saputo che per la lirica d’estate in piazza d’Italia sarebbe stato allestito Otello di Giuseppe Verdi, pensammo all’istante che il titolo non fosse adatto a un pubblico generalista. Venerdì sera abbiamo solo avuto una conferma. Anche perché la serata non è andata secondo le attese. Tanto entusiasmo prima della rappresentazione, 1200 spettatori paganti e tanti altri oltre le transenne o seduti ai tavolini dei bar in piazza, applausi freddi e di circostanza al termine dello spettacolo. Pagliacci lo scorso anno aveva convinto per il carattere nazional popolare del titolo (“Vesti la giubba” ovvero “Ridi, pagliaccio” è un brano iconico della lirica, che richiama anche il cinema, Robert De Niro in particolare, ma non solo) e anche per la durata, poco più di un’ora. L’equivoco stavolta è stato allestire un’opera da teatro (da due ore e mezza nella versione integrale, ma ci sono stati dei tagli e non stati effettuati intervalli proprio per abbreviare i tempi), di per sé complicata, con un libretto scritto da una grande letterato come Arrigo Boito (ricordiamo anche compositore, suo il Mefistofele) che tra l’altro richiede grandi masse corali sul palcoscenico e un adeguato livello nel cast. Un Flauto Magico o un altro titolo mozartiano o rossiniano (ma ci sono anche Donizetti, Cimarosa, Pergolesi e tanti altri) o perfino La Traviata o Carmen, non certo meno impegnativi da un punto di vista musicale ma più semplici all’ascolto (e anche più conosciuti), avrebbe registrato senza dubbio un apprezzamento diverso.

Venerdì sera è però mancato soprattutto il cast e anche la regia ha mostrato più di un limite. Iniziamo dalle voci. Fuori parte il protagonista, il tenore messicano Hector Lopez Mendoza, al posto del previsto Dario di Vietri. A complicare una prestazione vocale non convincente anche una presenza recitativa poco apprezzabile (un Otello impacciato sul palcoscenico ci mancava). Il timbro inoltre è sembrata un’imitazione malriuscita di Kaufman. Una resa generale da parte di Lopez Mendoza un po’ inspiegabile, anche perché sul web la sua voce si può sentire più cristallina e per niente brunita come apparsa invece a Sassari, tanto che qualcuno ha azzardato un rimando al registro di baritenore. Tutto l’opposto Marco Caria, basso baritono che ormai è una garanzia per l’Ente Concerti sin da La Traviata del 2022 (un ottimo Germont padre) e poi lo scorso anno Tonio in Pagliacci e in Nabucco. Qualche dubbio anche per il soprano Angela Nisi, lo scorso anno sempre in piazza d’Italia Nedda in Pagliacci: la Canzone del salice e l’Ave Maria del quarto atto, i pezzi di Otello che vengono eseguiti nei recital, mancavano di sentimento seppure accettabili nel complesso. Sufficiente il resto del cast: Roderigo era Nicolas Resinelli, Montano Michael Zeni, un araldo Stefano Arnaudo, Emilia Francesca Pusceddu e Ludovico era il bravo basso Tiziano Rosati (l’ottimo Basilio del Barbiere del 2023 al Teatro Comunale).

La regia, curata insieme alle scene e ai costumi (che però sono stati forniti dalla Fondazione Teatro Lirico di Cagliari, come specificato sullo striminzito libretto di sala distribuito agli spettatori paganti, mentre su Operabase, autorevole portale web della lirica internazionale, sono attribuiti ad Artemio Cabassi), dal direttore artistico dell’Ente, Alberto Gazale, ha denotato alcuni limiti, nella scenografia e nei movimenti sul palcoscenico), ingigantiti dalla scarsa presenza interpretativa di Lopez, soprattutto nel finale: Otello che uccide Desdemona, nell’allestimento sassarese a mani nude (gesto per altro poco visibile per non dire nascosto) e non soffocandola con un cuscino come previsto dal libretto (particolare che fu messo in evidenza nello sceneggiato della Rai del 1982 sulla vita di Giuseppe Verdi, che nell’occasione curò anche la regia dell’opera per la prima alla Scala), per poi trafiggersi con un pugnale una volta scoperto l’inganno ordito da Jago, è una delle scene più iconiche del teatro del Bardo e avrebbe meritato un taglio più coinvolgente. Freddezza già mostrata nel duetto di Otello e Desdemona alla fine del primo atto, con i due cantanti rimasti immobili nella stessa posizione per tanti, troppi minuti. Se l’intento era quello di riprodurre dei quadri visivi l’esito è apparso contradditorio. Qualche perplessità infine anche per l’inusuale e francamente evitabile introduzione del regista.
Scolastica e a tratti confusa la direzione dell’Orchestra dell’Ente da parte di Sergio Oliva, a Sassari già lo scorso anno in Pagliacci e nel 2020 nel recital della ripartenza post pandemia con Alberto Gazale, sempre in piazza d’Italia. Appena sufficiente la prestazione del coro preparato da Francesca Tosi. Bene invece il coro delle voci bianche guidato da Salvatore Rizzu. Le luci sono state curate da Tony Grandi e il service audio da Alberto Erre, in entrambi i casi con esiti più che soddisfacenti. Gli assistenti alla regia erano Siria Colella e Gianpaolo Salis, coreografo Michele Cosentino (per i balli zeffirelliani del primo atto), assistente scenografo Mattia Enna, mentre il grande palcoscenico sotto il palazzo della Provincia è stato progettato dall’ingegner Emilio Sonnu.
Applausi poco entusiasti alla fine dicevamo, nessuna ovazione e appena un timido applauso a scena aperta (al soprano, per l’Ave Maria del quarto atto).
Una serata funestata dalla morte per un malore improvviso di una persona a pochi metri dal palcoscenico (sul lato interno dei Portici Bargone). Nessuna interruzione della rappresentazione, come normalmente si fa in teatro. Lo spettacolo è andato avanti con il pubblico totalmente ignaro della tragedia, questa reale, che si stava consumando lì vicino.
L.F.









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