Le ultime lune
Con Andrea Giordana, Galatea Ranzi e Luchino Giordana. Tra passato e presente: la vecchiaia, tramonto di un esistenza? Mercoledì scorso a Ozieri per La Grande prosa del Cedac
Ozieri. Mercoledì 15 gennaio al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri, davanti a un folto pubblico, è andato in scena in due atti lo spettacolo Le ultime lune. Scritto dal triestino Furio Bordon, nel ‘93 vince il Premio dell’Istituto del Dramma Italiano, il premio IDI, per la miglior novità teatrale dell’anno. Rappresentato per la prima volta nel 1995 al Teatro Stabile del Veneto con la regia di Carlo Bosetti e interpretato da Marcello Mastroianni, nel 2003 si aggiudica il Premio della critica a Bruxelles come miglior spettacolo. Attualmente in tournée in Sardegna inserito nel circuito della rassegna “La Grande prosa” firmata Cedac, è diretto dalla regia di Daniele Salvo, interpretato da Andrea Giordana, Galatea Ranzi e Luchino Giordana.
La commedia rappresenta uno spaccato della società contemporanea nella quale sembra non esserci più posto per gli anziani considerati sempre più un peso oltre che ormai inutili e invalidi – nell’accezione negativa di senza più alcun valore – il protagonista chiamato ‘Il Padre”, un professore universitario in pensione, ci ricorda invece il privilegio di invecchiare. Decide infatti di trasferirsi in una casa di riposo per non gravare sulla famiglia di suo figlio che si dimostra totalmente assorbito dall’egoismo della propria esistenza. Il sipario nel primo atto si apre mostrandoci una stanza dominata da toni scuri, simbolo di lutto e di un passato ormai lontano, sfondo da cui si staglia la vera protagonista, la vecchiaia dell’ex professore, interpretato da Andrea Giordana, mentre dialoga con la sua defunta e amatissima moglie, mancata trent’anni prima ma presente in scena, interpretata da Galatea Renzi, con la quale rievoca nostalgicamente memorie e ricordi passati.
L’ingresso di Luchino Giordana, nel ruolo del figlio quarantenne ci rivela poi una relazione ambigua e conflittuale tra i due, atmosfera alleggerita dall’ironia del padre che, mentre si prepara a lasciare per sempre quella casa per trasferirsi in una residenza per anziani, si diverte a scherzare prendendo in giro il giovane facendogli credere per un attimo che era stato adottato. Il secondo atto si svolge interamente tra le quattro mura della stanza del protagonista, all’interno della casa di riposo Villa Delizia. La narrazione qui si svolge tutta sotto forma di monologo quasi a enfatizzare la profonda solitudine che attanaglia il vecchio professore in questo spazio freddo e angusto in cui dialoga stavolta con una piantina, mentre sfoglia un album di vecchie foto di famiglia. Determinanti infatti le scelte scenografiche che sembrano quasi enfatizzare la contrapposizione della vita e della morte rappresentate l’una – da un vasetto di basilico di cui spicca il verde, unica nota di colore ed elemento vitale nel grigiore della stanza – l’altra, da una gelida asta portaflebo, metafora di malattia e ospedalizzazione, in forte contrasto con la verde speranza rappresentata dalla piantina, tenera e unica compagna che sembra ora quasi aver preso il posto della povera moglie, il tutto sullo sfondo della musica di Bach relegata anch’essa ad un ascolto ahimè in cuffia.
Milvia Pintus








