Gl’Innamorati, stasera al Teatro Comunale di Sassari
Nel cast, nell’allestimento della Fondazione del Teatro Stabile di Torino/ Il Mulino di Amleto con la regia di Marco Lorenzi, Nello Mascia insieme a un’affiatata compagnia di giovani attori
Sassari. Si alza il sipario su “Gl’Innamorati” di Carlo Goldoni, in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC nell’ambito del XXXV Circuito Teatrale Regionale Sardo (con lo slogan “Giù la Maschera!”): la pièce, di sorprendente modernità, descrive la relazione incerta e tormentata di due giovani fidanzati, tra gelosie e ripicche, liti e rappacificazioni, e insieme disegna un ironico affresco della società, tra distinzioni di classe, ambizioni sociali, ricchezza e povertà, sotto lo sguardo di una servitù attenta e partecipe, che in certo modo funge da controcanto alle azioni dei rispettivi padroni.
La celebre e fortunata commedia del grande veneziano, incentrata sulla giostra delle passioni e i turbamenti del cuore – ma anche sui riti e le convenzioni di una civiltà ormai al tramonto – debutterà in prima regionale mercoledì 25 marzo) alle 21, in replica giovedì 26 marzo sempre alle 21 al Teatro Comunale di Sassari, per approdare venerdì 27 marzo alle 21 al Teatro Costantino di Macomer, sabato 28 marzo alle 21 al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri e infine domenica 29 marzo alle 21 all’Auditorium Comunale di Arzachena.
La mise en scène della Fondazione del Teatro Stabile di Torino/ Il Mulino di Amleto, per la regia di Marco Lorenzi, mette in luce tutta l’attualità del testo, la verità profonda dei personaggi, sia pure adombrata in un lieve e piacevole gioco di maschere in cui ciascuno rappresenta un carattere e un ruolo, sul cammino di quella profonda rivoluzione del teatro rispetto ai canoni e le forme della Commedia dell’Arte che reca l’impronta di Goldoni.
Sotto i riflettori un convincente Nello Mascia (artista di spicco della scena italiana, dagli esordi con Pupella Maggio e Giustino Durano, poi nella compagnia di Eduardo De Filippo, alla fondazione de “Gli Ipocriti”; dalla riscoperta della figura e l’opera di Raffaele Viviani alle prove d’attore ne “La tempesta” di Giorgio Strehler, “I dieci comandamenti” di Mario Martone e “Miseria e Nobiltà” con Carlo Giuffrè, alle apparizioni sul grande e sul piccolo schermo) e un’affiatata compagnia di giovani e bravi attori: lo stesso Marco Lorenzi, Fabio Bisogni, Barbara Mazzi, Maddalena Monti e Raffaele Musella. Tra le peculiarità de “Gl’Innamorati” goldoniani – a sancire un’aristotelica unità di luogo – l’ambientazione nella “stanza commune” in cui si svolgono gli eventi più significativi, i piccoli e grandi drammi, le baruffe dei giovani fidanzati, le rivelazioni e le proposte di matrimonio, i preparativi per banchetti sontuosi (nel tentativo del padrone di casa, il signor Fabrizio, zio e tutore di Eugenia, di apparire più di quel che egli non sia) e perfino gli arguti e preoccupati commenti della servitù; a restiture scene e eleganze dell’epoca, valgon scene e costumi di Gaia Moltedo, mentre il disegno luci di Monica Olivieri sottolinea situazioni e stati d’animo dei personaggi, e i momenti cruciali dell’azione. La colonna sonora originale è invece firmata da Davide Arneodo (Marlene Kuntz).
La commedia indaga nei labirinti della mente e del cuore, mettendo in luce i complicati meccanismi e gli strani effetti dell’amore, specialmente quando si manifesta nella forma estrema della gelosia: Eugenia e Fulgenzio, “Gl’Innamorati” del titolo, sono legati da un sentimento profondo e sincero, ma il loro fidanzamento è punteggiato da scenate e litigi, dispetti e sciocchi puntigli, momenti di tragica disperazione e autentico dolore, cui seguono puntuali rappacificazioni. Quasi come se l’unico modo per dimostrare la forza del legame che li unisce fosse di porlo – e porsi – continuamente alla prova, i due giovani vivono quella reciproca attrazione, e la consapevolezza d’essere ormai l’uno parte dell’altra, di appartenersi profondamente, come una guerra, uno stillicidio feroce che li tiene, entrambi, sempre sul filo della tensione. Ogni occasione, ogni pretesto scatena le ire e l’indignazione della fanciulla, e il suo spasimante si sottomette a quei capricci, si umilia, invoca il perdono, pronto a sua volta ad adombrarsi se ella si mostra gentile e disponibile, allegra e pronta al sorriso; quasi che entrambi fossero spaventati davanti all’evidenza della loro passione, e forse all’imminenza delle nozze che uniranno i loro destini, facendoli diventare agli occhi del mondo, e per sempre, marito e moglie.
L’amore non contrastato – il pretendente è bene accetto in casa dello zio della fanciulla, e non vi sono impedimenti di sorta – trova in se stesso un interno conflitto, un rovello interiore, mille ostacoli al raggiungimento della felicità: testimoni di questi tormento, i familiari e gli amici cercano in ogni modo di rimetter pace, dispensando saggi consigli e conforto, mentre i servitori commentano, da conoscitori delle cose del mondo, come quell’accesa possessività, quei comportamenti avventati, siano solo un modo un po’ insolito di dimostrarsi che ci si vuol bene. Il gioco di segrete corrispondenze, reiterate punzecchiature e aperte provocazioni, che tien vivo il sentimento dei futuri sposi e mette in ansia i loro cari, rischia di spezzarsi quando le attenzioni e le cortesie prodigate da Fulgenzio alla cognata (durante l’assenza del fratello, il cui ritorno è atteso per la celebrazione del matrimonio) risvegliano la ben nota gelosia di Eugenia, la quale per ripicca si finge interessata ad un altro uomo. Un’incauta promessa, fatta per sfida e per disperazione, rischia di trasformare la commedia in tragedia, ma per fortuna – come vuole la tradizione – tutto si risolverà in un rassicurante lieto fine e almeno in casa del signor Fabrizio ritorneranno a regnare la pace e la serenità (per quanto possibile, tra la sua disastrosa tendenza a spendere al di là dei propri mezzi, e millantare meriti e conoscenze, e il temperamento fin troppo focoso della nipote).
La “stanza commune” – fulcro dell’azione – pur tra le varie burrasche e crisi, conserva una parvenza di quiete, mentre fuori dalle mura domestiche, un’intera civiltà si avvia verso il tramonto: la vivace società veneziana, ricca di contrasti, e di fermenti culturali, in cui era fiorita l’arte del grande commediografo e dei suoi maggiori rivali, come Carlo Gozzi, volge ormai al declino. L’antica aristocrazia accoglie in seno esponenti della borghesia, ma soprattutto la Serenissima vede affievolirsi lo splendore, pur mantenendo viva l’eco delle glorie passate, in favore di una politica moderata e conservatrice: tra le righe de “Gl’Innamorati” affiora la malinconica coscienza della fine di un’epoca (e pazienza se la vicenda è ambientata a Milano, per ovvie ragioni di opportunità) e il segno di un’evoluzione, o involuzione, inevitabile.








