Viaggi Musicali… Mauro Manca
“Posto di comando” è il suo ultimo lavoro discografico
Mauro Manca è un chitarrista, compositore, con lui ci conosciamo da tempo, tanto tempo. Oltre ad essere fedali, ci accomuna un filo conduttore di quelli robusti, indistruttibili, sostanzialmente vitalizi: la musica. La musica che ci ha accompagnato e ci accompagna da sempre nei nostri rispettivi percorsi e dalla quale entrambi abbiamo tratto e traiamo quotidianamente forza vitale, sotto diversi aspetti. Ho voluto incontrarlo non per una vera e propria intervista, ma per una chiacchierata amichevole di fronte a un buon caffè, per ricordare gli inizi, i primi anni, i cambiamenti e soprattutto per parlare del suo ultimo lavoro discografico intitolato “Posto di comando” che Mauro ha pubblicato di recente e che sta incominciando a presentare in pubblico. Un lavoro maturo, dove emergono talvolta marcatamente, talvolta diluite, le sue principali influenze e i punti di riferimento artistici, andando a sviluppare una perfetta fusione che identifica quello che può ormai essere considerato il suo personale stile e marchio di fabbrica.
Mauro, voglio partire da lontano, raccontaci come hai iniziato ad appassionarti alla chitarra.
«Ho iniziato come tanti, avevo circa 12 anni. Frequentavo gli scout, ero abbastanza timido e la chitarra fungeva un po’ da scudo in questo senso, soprattutto di fronte alle ragazze, suonare uno strumento significava avere una marcia in più, fare qualcosa che ti distingueva dagli altri. La mia prima chitarra fu una classica Eko Studio che mi regalarono e che quindi sostanzialmente mi ritrovai in casa e che pian, piano cominciai a strimpellare, imparando i primi accordi grazie a un amico dell’epoca che me li insegnò. Poi ricordo che mio zio prendeva in mano questa chitarra quando ci si ritrovava magari a Natale per le cene di famiglia e il fatto che suonando intrattenesse e facesse cantare tutti mi fece venir voglia di fare altrettanto. Poi con il tempo la musica mi ha assorbito completamente e la passione si è sviluppata. Intorno ai 17/18 anni la voglia di imparare e migliorarmi sullo strumento è cresciuta e cercavo di carpire e assorbire il più possibile da qualche altro amico chitarrista più avanti di me. Era un’altra epoca, in quel periodo c’era pochissimo materiale didattico, era impossibile reperire video al contrario di adesso che, si entra su youtube e si trova di tutto. Questo da un certo punto di vista rende tutto più semplice, ma a noi di quelle generazioni è servito tanto mandare avanti e indietro le cassette per cercare di riprodurre nota per nota un assolo o un riff di chitarra. Abbiamo sviluppato il nostro “orecchio musicale” è stato un grandissimo allenamento?.
Poi sono arrivati i primi gruppi e le prime esibizioni live…
«Esattamente, a parte il mio battesimo live che risale ai primissimi anni ’80, si può dire che i veri inizi siano stati quelli con la Stage Band nel 1987, suonavamo in giro per le piazze di tutta la Sardegna. In principio suonando musica country, poi sempre con la stessa band nel 1991 abbiamo cambiato un po’ il repertorio, spostandoci più sul pop. In quel periodo ad esempio nascevano i Tazenda, dei quali eseguivamo alcune canzoni. Poi quell’esperienza è terminata e ho incominciato a fare le prime serate nei locali, con situazioni più ristrette, in duo o in trio. Abbiamo avuto una certa continuità per tutti gli anni ’90. Poi insieme a Fabrizio Sulliotti abbiamo fondato i Doc Sound con i quali siamo tuttora in attività in trio insieme a Giuseppe Loriga. Avendo però sempre suonato delle cover, qualche anno fa ho sentito l’esigenza di iniziare un percorso parallelo da solista, proponendo qualcosa di mio, anche perchè in realtà ho sempre scritto ma non avevo mai registrato niente se non qualche demo, che però non è stata mai pubblicata, erano una sorta di appunti».
Il tuo modo di scrivere?
«Amo i cantautori, mi piacciono i classici De Gregori, Fossati, De Andrè, quel tipo di scrittura. In particolare sono sempre stato influenzato da Fabrizio De Andrè che considero un artista al di sopra di tutto, ha avuto delle idee geniali, credo sia stato un certosino maniacale della parola e quel modo di scrivere mi ha sempre affascinato, così come le argomentazioni che ha affrontato. Negli anni però, seppur essendo distinguibile la mia principale influenza, credo di essere riuscito a sviluppare uno stile personale. Spesso mi piace utilizzare l’ermetismo, per dare diverse chiavi interpretative a chi ascolta».
Parliamo del tuo strumento, la chitarra, ti faccio due nomi Mark Knopfler e Chet Atkins…poi?
«A 14 o 15 anni ho scoperto Mark Knopfler, mi sono innamorato di quel suono e di quel modo di suonare con le dita, era particolare, unico direi. L’ho seguito per tantissimi anni e me lo porto dietro come bagaglio. Mi sono poi interessato al suono di David Gilmour dei Pink Floyd. Più avanti mi ha letteralmente scioccato Tommy Emmanuel, un artista immenso e umilissimo con il quale ho avuto la fortuna e l’onore di suonare e grazie al quale ho approfondito il mondo della chitarra acustica in particolare il finger style, andando a ritroso e studiando la tecnica di maestri come Chet Atkins e Doc Watson, dai quali ho scoperto le grandissime potenzialità della mano destra».
La prima canzone che hai imparato a suonare con la chitarra?
«Bella domanda, non ricordo di preciso ma credo una fra “Uomo bianco” di Piero Marras e “Andrea” di De Andrè, che aveva tre accordi».
Spesso quello dei musicisti, almeno dalle nostre parti, non viene considerato un lavoro ed è molto facile sentirsi dire “sì, ma di lavoro cosa fai”? Immagino che a questa domanda avrai dovuto rispondere spesso anche tu?
«Proprio così, innanzi tutto è stata una lotta con i miei genitori e i mie parenti, son sempre stati contenti della mia passione per la musica, ma non l’hanno mai concepita come un lavoro, avrebbero voluto che fosse solo un hobby. Questo può condizionare e farti forzare delle scelte, ma io credo che se ti senti un musicista devi crederci e seguire l’istinto, perchè altrimenti la frustrazione alla lunga rischierebbe di prendere il sopravvento».
Hai sempre suonato o ci son stati dei periodi nella tua vita nei quali ti sei preso delle pause?
«Delle volte può succedere che chi ti sta vicino non condivida appieno ciò che fai e ti spinga a cambiare strada. E’ successo anche a me, spesso le donne sono più razionali, noi musicisti siamo dei sognatori, degli eterni bambini ma alla lunga dobbiamo decidere da soli ed essere noi stessi ed è ciò che ho fatto io. Ti racconto un episodio, un momento chiave. Nel 2001 sono stato in America e tu puoi capirmi perchè so che è capitato anche a te e hai provato le stesse sensazioni. Li girando per le strade respiri musica a 360 gradi, musicisti dappertutto, riconosciuti e rispettati da tutti. C’è tutta un’altra cultura musicale, vedere ciò che ho visto e respirare quell’aria mi ha fatto capire che quella sarebbe stata la mia strada e che continuerò a percorrerla fino a che avrò vita».
In fase di composizione butti giù testo e musica di pari passo o hai un ordine preciso?
«Per quanto mi riguarda le due cose viaggiano parallele. Noi registriamo con gli occhi la nostra vita, ma non sempre poi riusciamo a buttar fuori e tradurre in canzoni le nostre esperienze. Arriva poi il momento dell’ispirazione e a quel punto personalmente prendo la chitarra e incomincio a suonare e a scrivere la brutta copia diciamo così. Dopo di che si limano i dettagli, si aggiusta la metrica e si cambia ciò che “non suona”».
Da qualche anno ormai la tecnologia consente di riuscire con una spesa contenuta ad allestirsi dei mini studi di registrazione casalinghi, ti sei adeguato a questo trend o preferisci comunque appoggiarti a uno studio di registrazione professionale?
«Anni fa utilizzavo dei registratori digitali per “bloccare” le idee ed è sostanzialmente ciò che faccio anche adesso, ma per le registrazioni vere e proprie preferisco affidarmi a professionisti del settore, quindi da questo punto di vista sono della vecchia scuola».
Dove hai registrato i tuoi due lavori?
«Hotel Paradiso l’ho registrato da Giuseppe Loriga, mentre Posto di Comando nello studio di Pinuccio Cossu».
Hotel Paradiso, è il tuo primo album, come è nata l’idea?
«È nato tutto sull’isola dell’ Asinara, ho riflettuto sul fatto che in un paradiso è stato costruito il peggior inferno, il carcere e il controsenso dell’andare su quella splendida isola a visitare la cosa più brutta, mettendo in secondo piano la cosa più bella. E’ un album che con questo filo conduttore unisce tutte le canzoni che lo compongono».
Il nuovo disco è “Posto di comando”.
«È un lavoro concepito in un periodo storico inimmaginabile che abbiamo vissuto, il lockdown, quindi in un momento nel quale siamo stati privati della nostra libertà, ci hanno chiuso in casa, ci hanno isolati, molte attività hanno chiuso, la gente ha perso il lavoro. E’ stato seminato il panico e il terrore, li ho incominciato a vedere i nuovi comandanti, i politici, la polizia, la sanità. Ci è stato detto, voi dovete fare così. Abbiamo perso il “posto di comando” delle nostre vite. Il disco vuole fissare quel periodo storico che nessuno di noi avrebbe mai e poi mai potuto immaginare di vivere. Nello specifico, per noi musicisti che viviamo di gente, pubblico e confronto continuo, è stato devastante. In realtà ricordo che talmente era strana e particolare la situazione che, anche riuscire a scrivere e comporre era difficilissimo, perchè a prevalere erano le preoccupazioni. La telefonata di un’ amica che mi spinse a provare comunque a buttar giù qualcosa, fu in qualche maniera determinante, perchè parola su parola e nota dopo nota, è venuto fuori il disco. Il primo brano dell’album che ho scritto è stato “Inverno” e da li si è sviluppato il resto. Mi serviva un titolo forte e da questo concetto è nato “Posto di comando” >.
Parliamo ora di qualcosa di più specifico, che strumentazione usi?
«Per quanto riguarda, l’elettrico uso una Fender Stratocaster accoppiata a un amplificatore valvolare. La strumentazione acustica, che in realtà è quella con cui lavoro prevalentemente ora, parte da una chitarra Martin D28 amplificata con un pick up K&K che mi ha installato il mio liutaio Giuseppe Mameli, sulla quale monto corde molto grosse con scalatura 013 perchè mi piace avere un suono “pieno” e non zanzaroso come si dice in gergo. Alla chitarra collego la Direct Box Radial, che per me è il top perchè mi consente di avere un’ampia gamma di regolazioni ed equalizzazioni a disposizione. Poi utilizzo un booster per gli assoli e il Canyon della Electro Harmonix, un delay e un riverbero e un amplificatore della Acus».
Tornando al nuovo disco, hai iniziato la promozione, che programmi hai per l’estate?
«La promozione continuerà, l’idea è quella di ripetere un po’ ciò che ho fatto per Hotel Paradiso, quindi presentarlo soprattutto nelle librerie, creando dei piccoli eventi dove le persone magari sono poche ma sono interessate e ti ascoltano, cosa magari più difficile nei locali. Mi piacerebbe avere al mio fianco Fabio D’Onofrio, il pianista che collabora con me da tanto tempo. Avrei anche il desiderio di propormi con la mia band completa, basso, batteria, chitarra e tastiere con la quale anche nell’estate del 2022 abbiamo fatto qualcosa. Vedremo se sarà possibile».
A proposito di live, come è cambiata l’audience nel corso degli anni?
«È cambiata tantissimo, c’è meno interesse da parte delle nuove generazioni che spesso non conoscono la musica di qualche tempo fa e per questo diventa difficile se non impossibile farli “emozionare”».
Tu fai anche didattica e quindi hai a che fare proprio con le nuove generazioni che si avvicinano alla musica e a uno strumento.
«Si, in linea generale ciò che vorrebbero è imparare subito a suonare questa o quella canzone preferita, saltando tutto il percorso obbligato e quindi la fatica e lo studio. Vogliono bruciare le tappe, non vogliono fare esperienza. Mi capita spesso durante le mie lezioni di sentire alunni che chiedono di imparare a fare che so, un assolo veloce. Diciamo che vorrebbero correre ancor prima di imparare a camminare. Io in generale, per quanto possibile cerco di spiegare l’importanza di andare per gradi e capire i concetti. Uno strumento va studiato, con tempo, costanza e passione, non lo si impara a suonare in dieci minuti, ci vogliono tanti sacrifici».
Prossimo futuro oltre alla presentazione del disco?
«Suonare dal vivo il più possibile perchè dopo il lockdown ne abbiamo tutti bisogno».
Aldo Gallizzi







