Americani, croce e delizia
Fra mancanza di attaccamento alla maglia, superficialità e conti in banca da rimpinguare, gli statunitensi sono sempre un’incognita
Inutile girarci intorno e sorprendersi, una buona parte di loro, spesso quella maggiore, sono fatti così. Parliamo dei giocatori americani di basket che girano il mondo, spesso o quasi sempre, senza neanche avere idea di dove capitino e di cosa andranno a trovare. La priorità sono i soldi, i contratti, poi viene la visibilità attraverso le coppe europee, poi la presenza o meno di un McDonalds in città e solo in alcuni rari casi, assumono una certa rilevanza anche il posto dove si andrà e la maglia che si indosserà. Sono professionisti si dirà, la loro carriera è breve e devono ottimizzare, tutto vero, ma di certo umanamente non ci fanno una bella figura. Utilizzare il termine mercenari è forse un pochino forte, ma rende l’idea. E non è infatti un caso che spesso alla Dinamo si sia cercato di portarsi in casa prima di tutti uomini e persone serie. Però i giocatori americani sono così tanti e non tutti così conosciuti e referenziati, che ogni tanto si può incappare in personaggi particolari.
Sempre più spesso qualcuno si mette di traverso e chiede di andar via nonostante i contratti, che hanno rilevanza e valore alla fine dei conti scarsissime. Nella stragrande maggioranza dei casi, quando un giocatore viene da te società e ti dice che vuole andar via, tu società, lo accontenti, perchè trattenerlo sarebbe deleterio e al di là del contratto si cerca la quadra per trovare una soluzione che comunque il più delle volte va a penalizzare la società stessa. Ritorsioni, atteggiamenti irritanti, scarso impegno, zizzania nello spogliatoio e via dicendo. Perciò si preferisce non rischiare e assecondare, ma senza ovviamente passare da stupidi.
Quest’anno in casa Dinamo purtroppo qualcosa del genere è successo. Prima Jacob Pullen, arrivato a Sassari sovrappeso e fuori forma, che non ci ha preso per niente con l’ambiente e in definitiva si è sempre atteggiato a star, pur facendo vedere poco e niente in campo di ciò per cui era stato profumatamente ingaggiato, per poi arrivare a far incavolare (giustamente) la società e a salutarsi senza rimpianto alcuno dopo una manciata di settimane.
L’ultimo colpo di scena lo ha invece messo in piedi Nate Johnson, che ieri, probabilmente forzando la situazione, ha preso i piedi e si è imbarcato su un aereo, direzione Egitto, da dove si dice abbia ricevuto una proposta irrinunciabile. E quindi anche il buon Nate si è rivelato una delusione. La società lo ha aspettato dopo l’infortunio e lui , aggiungendoci magari anche il palcoscenico europeo svanito, per ringraziare ha pensato esclusivamente ai suoi interessi. Ad ogni modo la Dinamo non si è ancora pronunciata per vie ufficiali riguardo all’accaduto, ma ciò che è certo è che Johnson non vestirà più il biancoblù.
L’auspicio è che l’ingaggio di Daryl Macon, da noi anticipato e ufficializzato poche ore fa dalla società, possa far dimenticare in fretta chi ha preferito dileguarsi verso altri lidi passando dalla porta di servizio.
Aldo Gallizzi








