Un’associazione per la tutela della lingua sassarese
Partecipata assemblea nei giorni scorsi presso il Circolo La Lucciola a due passi da San Donato. Un comitato predisporrà lo statuto. L’importanza del teatro e della scuola
Sassari. Un’associazione per la conservazione e la diffusione della lingua e della cultura sassarese, turritana e romangina. La settimana scorsa, nei locali del Circolo “La Lucciola” a due passi dalla chiesa di San Donato, in pieno centro storico, si sono dati appuntamento cultori ed appassionati della lingua sassarese. Una sala affollata all’inverosimile, per un’iniziativa promossa da Tore Sanna, dal giornalista Cosimo Filigheddu, da Vanna Pina Delogu, insegnante a Sorso, da Eugenio Cossu, ex sindaco di Porto Torres, ed Alba Rosa Galleri per il turritano e dalla Compagnia Teatro Sassari. L’obbiettivo è salvaguardare un patrimonio secolare di conoscenze linguistiche, archeologiche, teatrali, culinarie, architettoniche e degli usi e dei costumi del territorio di Sassari, Sorso, Porto Torres e Stintino. «Perdere la memoria significa perdere la storia», ha ammonito Tore Sanna. «E vale per le lingue turritane, lu sassaresu, lu sussincu e lu posthudorresu. Bisogna fare qualcosa. Sono nato in via Rosello e ricordo che il figlio del questore fabiddaba in sassaresu cumenti lu fuglioru di lu cazzuraggiu». La classe intellettuale nei secoli passari è vero che scriveva in logudorese. Ma già un grande scrittore e poeta come Pompeo Calvia aveva nobilitato il sassarese. «La scopo dell’associazione è fare conoscere meglio la nostra lingua. A teatro o a scuola con i bambini, non solo quelli originari di Sassari. Qualche tempo fa mi è capitato di sentire un bambino che poteva essere originario del Senegal o del Ghana che giocava a pallone con alcuni amichetti qui dietro, in un vicolo. Diceva: “Finninnira e tira pianu!”», ha ricordato Sanna.
L’associazione dovrebbe nascere nella seconda metà di settembre. Per il momento un comitato lavorerà su una bozza di statuto, che sarà poi approvata da un’assemblea.
La città cambia, eppure la lingua resiste, ha detto Cosimo Filigheddu. «Abbiamo ancora un’anima rappresentata dalla nostra lingua. Parole come impiccabbabbu, l’esaltazione del minn’affuttu, lo spirito della presa in giro nei confronti di lu billoe (singolare di billoi, ndr) ovvero lu biddincuru (di li biddi, dei paesi, ndr, tutto questo esiste ancora. Con il declino della lingua è scomparsa anche la città? Direi di no. Questa è cambiata sicuramente. Ma la lingua è la stessa. Bisogna resistere, stare attenti che non venga ridotta ad un prodotto tipico, deteriore. Ed ecco allora l’importanza del motto “minn’affuttu”». «Da bambino parlavo con mamma in posthudorresu. E così facevano tanti altri, non solo da noi. Quello che distingue il sassarese-turritano dalle altre parlate è la cionfra, una filosofia di vita», ha aggiunto Eugenio Cossu, che ha svolto l’intervento interamente in sassarese.
E i rapporti con le istituzioni? La Regione, con la legge 15 ottobre 1997, n. 26, “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”, all’art. 2, comma 4, stabilisce che «La medesima valenza attribuita alla cultura ed alla lingua sarda è riconosciuta con riferimento al territorio interessato, alla cultura ed alla lingua catalana di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese». Eppure c’è il rischio che il sassarese rimanga ai margini, sovrastato proprio dalla lingua sarda nell’attenzione che gli amministratori prestano (o potrebbero prestare) alle parlate isolane. È del resto questione di numeri. La lingua sassarese – secondo Wikipedia – è parlata dal 40 per cento degli abitanti del territorio in cui è storicamente radicata, che va da Stintino a ovest fino a Sedini (ma qui diventa castellanese) ed alcune frazioni di Valledoria a est (in totale circa 80mila persone su 170-180mila residenti). Ma è capita da un altro 40 per cento. È una lingua della quotidianità, della famiglia, percepita però come non “seria”. A differenza del sardo, è ancora assente dal palcoscenico della politica, confinata a qualche battuta (vogliamo ricordare che, per esempio, Arturo Parisi nei suoi discorsi in pubblico qualche volta ha fatto ricorso ad espressioni tipiche sassaresi per sdrammatizzare il contesto; o, in passato, anche Enrico Berlinguer, tra l’altro grande tifoso della Torres, lo faceva seppure non in pubblico: si racconta che una volta un microfono malandrino in quel di Amsterdam catturò un “ma cos’è dizendi?” riferito alla domanda di un cronista locale).
E le commedie? «Il sassarese è stato salvato dal teatro», ha detto Mario Lubino, della Compagnia Teatro Sassari. «È stato uno stimolo anche per gli autori. Senza il teatro il sassarese sarebbe stato ancora più marginale. La cionfra? No, la vita di Sassari è basata sull’autoironia. Leonardo Sole ha dimostrato che il sassarese è una grande lingua. E salvare il sassarese significa salvare la nostra identità». (lufo)








