Bastida di Sorres, la battaglia prende vita
V edizione della rievocazione storica. Dal 21 al 23 agosto è stato possibile visitare il campo militare
Borutta. “Altore pecto!” (“Più in alto nel petto”). Il motto della casata dei Doria vibra per il campo di battaglia e infonde agli assedianti speranza e nuovo vigore: Brancaleone Doria, il precedente signore della bastida di Sorres, alla guida del suo esercito cerca di conquistare la fortezza. Trascorreranno due giorni, ma i catalani non si arrenderanno e con irriducibile determinazione respingeranno il nemico. È l’A.D 1334, basso medioevo: le guerre erano molto frequenti, quasi ininterrotte, e questo era uno dei tanti scontri armati tra i Doria e gli Aragonesi. Eppure non era una battaglia qualsiasi e la sua rievocazione storica, giunta quest’anno alla sua V edizione ne è la prova.
Oggi Borutta è un pittoresco paesino nel cuore del Mejlogu, circondato da campi ameni e da una fitta vegetazione e il tempo sembra aver cancellato il ricordo di quella antica battaglia, sospesa tra la storia e la memoria di un paese, che, custode del suo patrimonio storico, per tre giorni all’anno aziona la macchina del tempo e ricrea con perizia storica uno squarcio del XIV secolo. Dal 21 al 23 agosto è stato possibile visitare il campo militare, ammirare l’esposizione di armi, armature, utensili di uso comune, giochi e assistere alla presentazione di antichi mestieri come quello del coniatore. Davanti al pubblico sono stati mostrati i vari passaggi della coniazione, fino alla “battitura” della moneta coniata da Guglielmo di Narbona, ultimo Giudice di Arborea, tra il 1410 e il 1417. L’attenzione di grandi e piccini è stata catturata anche dai maestosi rapaci del maestro falconiere, il quale si è esibito dimostrando esperienza e abilità e stupendo la platea con l’arte di un mestiere purtroppo oggi quasi dimenticato.
La Bastida di Sorres non è solo spettacolo, ma anche storia e soprattutto evocazione: grazie al lavoro e all’impegno dei gruppi “Memoriae Milites”, “Sala d’arme Le quattro porte” e “Sagittarii Vagantes” era possibile visitare le tende dell’accampamento e “immergersi” nella vita di quel periodo, assai differente e più difficile delle nostra. La rievocazione si è protratta per tre giorni e si è conclusa con l’investitura di un cavaliere all’interno della Abbazia. La cerimonia, fedele a quella che si celebrava nel XV secolo, è iniziata con la vestizione del futuro cavaliere. Si trattava di un’investitura di dovere e non di potere e ogni indumento e accessorio non aveva solo uno scopo pratico, ma anche una valenza simbolica legata alla missione affidatagli. Tra le parti dell’armatura assumevano particolare rilievo dei tipici calzari di ferro, emblema del legame del cavaliere con la terra e con le strade e le città che è suo compito rendere sicure, la corazza che rappresentava il castello, i cannoni (protezioni per le braccia) che richiamavano la virtù della forza e gli speroni, i quali rammentavano al cavaliere la diligenza, la prudenza e lo zelo che doveva osservare nel suo officio. Dopo aver indossato parte delle componenti dell’armatura il cavaliere riceveva lo scudo e la lancia, dritta come la verità, l’elmo che rappresentava la vergogna che doveva dissuaderlo dal compiere atti vili e la spada, simbolo di giustizia.
La cerimonia si è conclusa con il rituale dello schiaffo (gotata) per ricordare il giuramento prestato e del bacio, a suggello dell’unione tra il neo vassallo e il suo signore. Il cavaliere seguito dai suoi compagni è uscito in corteo dall’Abbazia, accolto dal pubblico festante con grida di giubilo: l’edizione annuale della Bastida è appena terminata, ma tra un anno avremo il piacere di riviverla, perché se la storia, come affermava J.M Roberts, è sia ciò che accade sia la relazione fedele dell’avvenimento stesso, la rievocazione è il riscoprire la sua anima e la sua essenza. (Elisabetta Uras)











