Viaggi musicali…Francesco Piu
Il talent boy originario di Osilo è diventato un artista di respiro internazionale
Il blues nel sangue, ma non solo. Francesco Piu è uno di quegli artisti che ce l’hanno fatta a varcare il Tirreno, pur non proponendo qualcosa di tipico della tradizione isolana. Il che gli rende particolarmente merito, perché spesso anche se si ha talento da vendere, è molto complicato riuscire ad essere credibili suonando un genere musicale che non appartiene al proprio territorio geografico. Il talent boy originario di Osilo ci ha messo tanto del suo dal punto di vista della determinazione e del carattere e i risultati sono arrivati. Ora è diventato un artista di respiro internazionale, conosciuto e apprezzato e anno dopo anno la sua maturità artistica si è consolidata e sviluppata. Chiamarlo chitarrista blues infatti, è diventato riduttivo e questo si evince anche dalla chiacchierata che ho avuto modo di fare con lui, dalla quale sono emersi particolari, aneddoti e curiosità che aiutano a conoscerlo più a fondo. Buona lettura.
1) Ciao Francesco, è un piacere poter scambiare due chiacchiere con te. Partiamo da lontano. Tanti anni fa, ricordo che un amico batterista di Osilo il tuo paese, veniva spesso nel negozio di dischi dove ai quei tempi io lavoravo e mi chiedeva consigli su qualche cd blues da comprare e da “condividere” poi con il resto della sua band. Solo parecchi anni più tardi io scoprii che il chitarrista di quella band eri tu. In qualche modo dunque, posso “vantarmi” di aver contribuito nel mio piccolo a farti appassionare ancor di più al genere musicale che poi è diventato il tuo punto di riferimento ? Assolutamente si, quegli ascolti sono stati molto importanti per me perchè quegli album portati da Lorenzo Migheli, il batterista con cui suonavo allora, nonché un grande amico, sono stati di grande aiuto per la mia formazione musicale. Venivo dai miei ascolti da ragazzino, John Mayall, Led Zeppelin, Deep Purple, gli Stones e Jimy Hendrix, insomma i classici. Grazie a Lorenzo e quindi indirettamente a te, ho conosciuto degli artisti che hanno segnato la mia evoluzione musicale, come Robben Ford, Rory Gallagher, Pat Travers, il mitico album di Beck, Bogert e Appice e tanti altri. Tutti artisti che mi hanno portato a crescere e a intraprendere un percorso musicale di un certo tipo. Si, posso dire di essere in “debito” con te e con Lorenzo e ti ringrazio pubblicamente.

2) Ti ringrazio, per quanto mi riguarda sono felice di avervi consigliato della buona musica. Rimaniamo a quel periodo, con i Blujuice, la band con la quale hai iniziato a farti conoscere avete anche partecipato a Narcao Blues, il festival al quale ogni bluesman sardo ha sempre sognato e sogna di partecipare. Un palco che poi tu hai avuto modo di calcare anche negli anni successivi. Che ricordi hai di quelle partecipazioni? Ricordo perfettamente e mi vengono i brividi quando penso alla prima volta che son salito su quel palco, perchè comunque da spettatore ci avevo visto dei grandissimi e il fatto di ritrovarmici io a suonare è stata una botta di adrenalina mai provata prima. E’ stato però importantissimo anche nel farmi acquisire la consapevolezza di poterci stare, perchè mi trovavo a mio agio e vedevo che anche la gente apprezzava. Quindi nel 2003 feci la prima apparizione a Narcao Blues, suonai tutto il concerto con gli occhi chiusi connesso ad ogni singola nota che veniva fuori dalla mia chitarra e andò alla grande. L’anno successivo venimmo chiamati per aprire il concerto di John Mayall & the Bluesbreakers e da li in avanti devo dire che quel palcoscenico è diventato per me un po’ una seconda casa. E’ stato molto importante perchè mi ha aperto la strada per i palchi dei festival nazionali e internazionali.
3) Chiusa la parentesi con la tua prima band, hai iniziato ad esibirti soprattutto in acustico nei locali, in duo, trio, da solista, affinando anche la voce, ma di questo parleremo dopo. Cosa ricordi di quelle serate nei locali attraverso le quali il tuo nome ha iniziato a girare sempre più? A questo proposito se ti va, vorrei aprire una piccola parentesi e vorrei che spendessi due parole per un amico comune, un cantante armonicista che ora purtroppo non sta benissimo, insieme al quale io sono cresciuto musicalmente condividendo i primi palchi e con il quale poi tu hai avuto modo di suonare, formando una coppia a mio avviso di livello altissimo. Si, dopo gli inizi elettrici diciamo così, ispirato da alcuni musicisti, tra i quali il mio amico Paolo Bonfanti che veniva spesso come one man band in Sardegna, nel gennaio del 2004 ho voluto provare a propormi da solo, col progetto Francesco Piu one man band. Nel frattempo feci anche l’esperienza in duo con il caro amico del quale parli, Samuele Marchisio, che per me è stato sicuramente un faro, un fratello maggiore dal quale ho imparato tantissimo sia musicalmente che umanamente. Per me è la voce più bella che ha avuto la nostra isola per quanto riguarda il genere black. L’esperienza fatta con lui è stata grandissima, perchè suonare accanto ad un cantante di quel tipo e livello la cui voce ti rimanda a Joe Cocker, ai Black Crowes a Rod Stewart, oltre che farti vibrare perchè è un blues viscerale, anche a livello tecnico ascoltando e assimilando il suo modo di cantare, penso di averne colto almeno un decimo, se mi posso sbilanciare, quindi grazie a lui ho anche imparato negli anni a sviluppare il mio modo di cantare.

4) Un passaggio importante della tua carriera è stato sicuramente quello con Davide Van De Froos, possiamo dire che sia stato il vero trampolino di lancio? Come nacque quella collaborazione? Assolutamente sì, è stata un’esperienza davvero fondamentale, perché mi son ritrovato nel giro di pochi mesi dai localini del sassarese al Forum di Assago sold out. Queste esperienze poi sono diventate una consuetudine, suonare con tanta gente sotto il palco mi ha dato maggior sicurezza che ho messo a frutto quando mi sono poi ritrovato io ad affrontare grossi palchi. È stato un passaggio umano e musicale molto formativo, perché mi sono ritrovato in una dimensione che altrimenti non avrei vissuto con continuità, palasport, teatri, il Premio Tenco e i tour estivi nelle arene. Esperienza formativa pazzesca, ho imparato un certo tipo di lavoro e approccio che facendo solo i locali non sarebbe stato possibile, la collaborazione con Van De Froos è stata indubbiamente un ulteriore step, anche perché mi ha aperto ulteriori porte. Come nacque? Quando espressi il desiderio al mio manager di voler andare via dalla Sardegna, perché dal punto di vista musicale dopo che ci si suona in lungo e in largo con davanti sempre la stessa gente si smette di crescere e io invece volevo continuare a farlo. Il mio manager colse la palla al balzo, perché Davide Van De Froos in quel periodo doveva cambiare chitarrista, quindi fui proposto io e ricordo che bastò un sound check per entrare nella band.
5) C’è stato poi anche un viaggio in America, possiamo dire alla scoperta della radici della musica che ami, hai visitato posti storici e iconici come, la Stax, Muscle Shoals, i Sun Studios di Memphis dove se non ricordo male hai anche registrato un brano. Quanto è stata importante quell’esperienza? Era il 2010, e fu un altro passaggio enorme nel mio percorso di crescita. Era la prima volta che andavo negli States, principalmente ci andai per rappresentare l’Italia all’International Blues Challenge, ma approfittai di quel viaggio per vivere un po’ del sud degli Stati Uniti. Andai in Tennessee, in Alabama, nei famosi Muscle Shoals Studios fino a scendere sino a New Orleans. Feci indigestione di live, perché volevo imparare il loro linguaggio, il loro modo di stare sul palcoscenico. Tra le cose che mi hanno trasmesso c’è sicuramente il fatto di adattarsi ad ogni tipo di palco e il far si che ogni concerto diventi un vero e proprio show, mi riferisco all’attitudine a coinvolgere il pubblico, perché alla fine il blues è condivisione. In realtà lo è tutta la musica ma c’è quella che viene tra virgolette subita dall’ascoltatore che risulta passivo. Nel blues c’è grande impatto umano e semplicità nel linguaggio e la condivisione col pubblico fa salire il livello dello show. Devo dire che quella mia prima esperienza americana mi ha cambiato sotto diversi punti di vista, anche da quello tecnico e del suono. Nella seconda esperienza fatta cinque anni più tardi, ho avuto la fortuna di poter registrare alla Sun Records, fu un’emozione incredibile perché alla fine stavo registrando dove hanno registrato Elvis, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins, fu davvero pazzesco.
5) Dicevamo della voce. Hai iniziato a cantare in un secondo momento, un giorno mi dicesti che nei tuoi miglioramenti a livello vocale, incisero molto i consigli di un grande bluesman internazionale, Eric Bibb, con il quale hai avuto modo di collaborare qualche tempo fa? Assolutamente si, i mie due mentori per quanto riguarda la voce sono stati Samuele Marchisio ed Eric Bibb. Con Bibb ho fatto un’esperienza in studio, mi ha prodotto un disco nel 2012. Mi ha rivoltato come un calzino. In studio cantava a fianco a me facendomi cogliere tante altre sfaccettature del brano, diversi modi di cantarlo e interpretarlo ed è stata una sorta di illuminazione che mi ha sviluppato la fantasia e la curiosità di provare anche a cantare in maniera diversa le cose che facevo. Lavorare al suo fianco è stato una specie di master.
6) Facciamo ora un focus tecnico, su quella che è la tua attrezzatura, collabori con dei liutai professionisti che ti costruiscono delle chitarre seguendo le tue indicazioni, ma sei anche endorser di alcuni marchi. Ecco parlaci dei tuoi strumenti, chitarre e amplificatori, ma anche dell’effettistica che usi. Utilizzo chitarre della liuteria di Uccio Saccu di Pozzomaggiore, in particolare una baritona e una parlor e poi sono endorser delle chitarre B&G, una ditta israeliana che produce sia l’elettrica (Little Sister Crossroads) che l’acustica (Caletta Crossroads). Quando suono dal vivo in trio elettrico utilizzo la B&G con diversi pedali, da quelli della Xotic, il soul driven e il supersweet al wah-wah e al whammy, l’univibe della Keeley Monterey e un delay della tc electronics che si chiama flashback. Come slide utilizzo quelli della QP slide. Il tutto su un amplificatore Supro Black Magic Reverb. Per il set acustico lo splitter di segnale a due uscite, una all’ampli di basso l’altra alla D.I. con pedalini per la distorsione come il soul food o il ts10 e il ts9, mentre per quanto riguarda le basse, uso un boost della Electro Harmonix che si chiama the mole. Per l’armonica utilizzo dei microfoni della Bluexlab collegati al ts9 e a una replica dell’univibe.
7) Ascoltando i tuoi lavori discografici si nota un evoluzione nel suono, ma anche se vogliamo nel genere. Sei partito dal blues rurale, minimale, per arrivare al rhythm and blues, con fiati e in generale arrangiamenti più completi e complessi, la black music di gente come Sly & The Family Stone, infatti la tua mano destra sa molto di funky. Un evoluzione naturale o delle semplici esplorazioni in territori musicali comunque che ami, per poi comunque rientrare nel binario più blues, come ad esempio quello del tuo ultimo video Hold on? La mia evoluzione dal punto di vista musicale e del suono è stata naturale, perché fondamentalmente è dettata dal fatto che negli anni ho ascoltato e suonato diversi generi musicali, non solo il blues ma il funk il rhythm and blues, il rock e anche generi che sono un po’ più lontani come il metal e il prog. Questo fa di me un bluesman atipico, contaminato e che ha voglia di contaminare per rendere tutto più attuale
8) Tornando a Hold on, un brano nel quale ti fai accompagnare da batteria e percussioni oltre naturalmente alla tua chitarra e alla voce. Avere un certo “tiro” e dare molta importanza a questo aspetto è sempre stata una tua caratteristica, anche senza il basso che è uno strumento portante per avere “suono” spesso il tiro c’è, come ad esempio proprio su Hold on. Qual’è il segreto, se c’è? Si è un brano tratto da “Peace and Groove” e trovo che mi rappresenti molto, perché è semplice e molto “groovoso”. Io ricerco molto questo approccio, ovvero rendere energici i brani, lavorare sul sound e sull’energia, perché è una cosa che arriva a chi ti sta ascoltando e mi piace condividerla.
9) Con te suonano musicisti italiani di alto livello e sarebbero sicuramente in tanti quelli a cui piacerebbe far parte della tua band. La cosa che ho notato con piacere è però che hai dei collaboratori locali dei quali difficilmente ti privi, mi riferisco ad un musicista storico e iconico come Gavino Riva ma anche a un genio di hammond e derivati come Jim Solinas. Possiamo tranquillamente dire che a Sassari ci sono diversi musicisti che non sfigurano e non sfigurerebbero a livello nazionale e internazionale. Sei d’accordo ? Assolutamente si, a Sassari e in tutta la Sardegna ci sono bravissimi musicisti, il problema è che vivendo in un isola si hanno meno opportunità di confronto. Questo non significa che qui ci siano musicisti meno preparati, anzi, il fatto che noi generalmente abbiamo un po’ più di fame perchè rispetto agli altri incontriamo sempre maggiori difficoltà nel fare le cose ci porta a dare di più. Quindi tendo sempre a collaborare con i musicisti con i quali sono cresciuto e ho un rapporto umano particolare che viene portato anche sul palco, nelle note che si liberano nell’aria.
10) Riallacciandomi proprio a questo, oltre al talento, cosa serve per riuscire ad emergere e a ritagliarsi uno spazio fuori dalla Sardegna? Oltre al talento servono grande forza d’animo e determinazione, perchè andare fuori dall’isola e provare a fare delle cose belle è difficile. Abbiamo spese superiori, ostacoli maggiori e da un lato è penalizzante. Come dicevo però, le difficoltà ci aiutano ad avere più determinazione, più voglia di fare, più fame, più sete, che non significa arrivare a fare per forza di cose successo, ma andare a coltivare i propri sogni.
11) Tu ora non hai più confini, hai un nome anche a livello internazionale, non a caso recentemente ti sei legato alla più grossa agenzia di spettacolo nazionale, la Barley Arts. Come è nata questa collaborazione? In realtà è il frutto di tanti anni di collaborazione. Mi spiego, io facevo parte di altre agenzie ma ho lavorato parallelamente anche con Barley Arts che, mi ha dato l’opportunità negli anni di aprire i concerti di grandi bluesmen e artisti internazionali, parliamo di Johnny Winter, John Mayall, Joe Bonamassa, Derek Trucks e altri. Ora diciamo che ho raccolto i frutti e sono onorato di essere entrato a far parte del loro roster.
12) Essere un’artista Barley, significherà anche avere delle interessanti possibilità a livello di aperture di concerti e partecipazioni a festival o eventi di assoluta rilevanza. A questo proposito ho visto che qualcosa è stato già ufficializzato? Si, ci sono in ballo un po’ di cose che a breve sveleremo. Ciò che posso già dire è che a maggio aprirò due shows di Fantastic Negrito, mentre il 2 luglio ci sarà un bellissimo festival al Parco Bassani di Ferrara dove suonerò insieme ad un cast internazionale con artisti come Jack Johnson, Nathaniel Rateliff, Glen Hansard e io sarò l’unico italiano.
14) L’inverno è ormai alle spalle, per te è stato produttivo, su cosa hai lavorato? A gennaio è uscito “Love is calling for your love” un singolo con la bravissima Lakeetra Knowles, solo l’ultima delle tante collaborazioni che hai avuto, ricordaci quelle che ritieni siano state le più importanti per te? L’inverno è stato sicuramente produttivo, è uscito il nuovo singolo e nel frattempo mi sono occupato delle mie due figlie, ho una bimba nata nel giugno del 2022 e un’altra di sei anni e mezzo, quindi è importante per me passare del tempo con loro ed essere presente nel mio ruolo di padre. Compatibilmente con tutto sto facendo in modo di produrre musica, fare il papà e andare in giro a suonare. Per quanto riguarda le collaborazioni, sicuramente quelle più importanti sono state con Eric Bibb, Tommy Emmanuel e Guy Davis. Tre artisti che nella loro umiltà e nella loro grandezza mi hanno insegnato molto, regalandomi tante vibrazioni positive ed entusiasmo.

15) E ora il tour estivo, con tante date come sempre…oltre a questo, quali sono i tuoi progetti per il 2023? Fare un sacco di festival e concerti, in autunno ci sono in ballo un po’ di cose in Italia e in Francia. Nel 2024 il mio progetto compirà 20 anni quindi penso che farò una bella festa e un tour magari in solo con la stessa formula con la quale ho iniziato nel 2004. Sicuramente lo voglio festeggiare bene.
Aldo Gallizzi








