Primarie sindaco di Sassari – Alessandra Giudici

«Desidero che il centrosinistra non dilapidi l’esperienza e i risultati maturati in questi anni alla guida dell’amministrazione provinciale, che rivendico con forza»

Alessandra-Giudici-3Alessandra Giudici è nata a Cagliari nel 1955, ma è da sempre sassarese. Laureata in Lingue e Letterature Straniere a Sassari, ha insegnato inglese nelle scuole superiori. Ha conseguito un master in Letteratura e giornalismo presso l’Università del Nevada. È stata amministratrice dell’azienda di famiglia. Dal 1998 al 2004 presidente dell’Api Sarda di Sassari e vice presidente regionale. Successivamente è entrata a far parte del consiglio di amministrazione di Sardafidi, che si occupa di finanziamenti alle imprese, e poi è diventata vicepresidente della Camera di Commercio di Sassari. È attualmente presidente della Provincia di Sassari: eletta per la prima volta nel 2005 per La Margherita con il 60,7 per cento dei voti, è stata confermata nel 2010.

 

Perché ha deciso di candidarsi alle Primarie?

«Ho scelto di sottopormi al giudizio inequivocabile e incontrovertibile dei cittadini perché desidero che il centrosinistra non dilapidi l’esperienza e i risultati maturati in questi anni alla guida dell’amministrazione provinciale, che rivendico con forza. Grazie al lavoro fatto sono state o stanno per essere portate a compimento partite decisive per tutto il territorio, a iniziare da Sassari, che per diversi lustri non hanno trovato una risposta. Non si può negare quanto è stato fatto in questi anni da chi ha governato palazzo Ducale, ma ritengo che la possibilità di trasferire i risultati di un’altra esperienza rappresenti un plusvalore».

 

Qual è l’emergenza in città più grave da risolvere e come intende intervenire?

«Purtroppo questa è ancora oggi la domanda più facile: la vera emergenza di Sassari è il lavoro. Occorre creare i presupposti per favorire nuove opportunità di occupazione. Durante questa campagna elettorale, incontrando i sassaresi, ho detto che il Comune e le altre istituzioni non possono far fronte ancora a lungo all’emergenza, perciò occorre investire su processi di sviluppo strategici, concentrando le risorse sulla definizione e il radicamento di nuove occasioni. Penso ad esempio alla filiera dell’economia verde, o alla possibilità di trasformare Platamona e tutto il litorale da simbolo di degrado a immagine di una rinascita possibile».

 

Un punto del programma che promette di realizzare nei primi 100 giorni

«È giusto che la politica, nel definire i propri progetti, si dia delle scadenza, ma per la realizzazione di un programma ambizioso e di portata strategica come quello di cui ha bisogno Sassari serve un intero mandato. Nei primi mesisarà opportuni stabilire i necessari contatti istituzionali, a iniziare dal nuovo governo regionale, e confrontarsi con tutti gli attori politici, economici, sociali e culturali che vogliano collaborare al governo della città. Nel frattempo vanno completati tutti i progetti su cui l’amministrazione ha lavorato in questi anni, che sono ormai in via di realizzazione o attendono il via libera di altre istituzioni».

 

Siete tutti e cinque candidati espressione del Partito Democratico. Sono queste Primarie del centrosinistra o del solo Pd?

«Sono sicuramente primarie di coalizione, perché designeranno il candidato sindaco di tutto il centrosinistra, che in questi anni ha lavorato bene per Sassari e per tutto il territorio proprio grazie alla capacità di restare unito e di andare oltre le difficoltà nel tentativo di perseguire i risultati prefissati. Certoalla fine ci ha messo la faccia solo il Partito Democratico, grazie anche alla generosità di tutti quelli si sono spesi personalmente. Per gli altri partiti della coalizione ritengo che sia stata un’occasione sprecata per parlare di ciò che ogni soggetto politico vuol proporre sul piano dei contenuti e del metodo di governo».

 

Sullo strumento delle Primarie: non si rischia ogni volta di portare lacerazioni e divisioni, di innescare una sorta di resa dei conti tra componenti e correnti interne? E poi: cinque candidati non sono troppi?

«Cinque candidati sono molto meglio di uno solo o di nessun candidato. Sembrerà un’ovvietà, ma occorre partire dal presupposto che abbiamo ormai definitivamente assunto per buona l’idea che le primarie siano uno straordinario strumento democratico per il confronto, aperto e pubblico, tra modi di versi di concepire la leadership, tra idee convergenti ma non coincidenti sul partito, sulla coalizione e, soprattutto, sullo sviluppo della città. È chiaro che se non siamo tutti d’accordo su questo aspetto basilare, il rischio è che le primarie diventino un vero e proprio regolamento di conti interno al Pd, e gli altri partiti stanno a guardare».

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